Omelia di S.E. Mons. M.J.Castellano

Omelia tenuta da Sua Ecc. Rev.ma Mons. Mario Ismaele Castellano, Arcivescovo Emerito di Siena, per la festa liturgica di San Galgano, il 3 dicembre 1993.

Il testo è stato raccolto, tramite audioregistrazione, dalla voce dell’amatissimo Presule, e viene pubblicato nel sito quale omaggio al nostro Pastore, Benefattore e Confratello, senza che Egli abbia mai potuto rivederlo; in tal modo sono state conservate la spontaneità e l’immediatezza di Chi, con bontà, ha istruito beneficando.

Miei carissimi figli, sono veramente lieto di partecipare con voi alla festa di San Galgano e di vedere com’è stata restaurata, così bene, questa chiesetta della confraternita di San Galgano.

È la prima volta che vengo, dopo il restauro e mi compiaccio vivamente con tutti voi, perché so che tutti voi avete voluto questo restauro, avete contribuito a realizzarlo, siete contenti di averlo fatto e ora godete di poter pregare in questa chiesetta e di offrire il Santo sacrificio con noi, come facciamo in questo momento.

Sono venuto anche se sono un poco raffreddato; lo sentite dalla mia parola che non è così limpida, e per questo vi dirò poche parole, anche per evitare che la tosse poi mi venga a disturbare e a disturbare anche voi.

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Facciamo la festa di San Galgano e ricordiamo tutti che questo giovane della famiglia Guidotti di qui, di Chiusdino, diventò ad un certo punto della sua vita, eremita. Lasciò gli agi di una famiglia benestante, lasciò la sua carriera di cavaliere che andava in giro per il mondo con la sua spada, con il suo cavallo, con tutte le insegne del suo grado. Lasciò tutte quelle potevano essere le speranze della sua vita e, nel pieno della giovinezza, si ritirò là, a Montesiepi, a fare penitenza.

È qualcosa che ricordiamo veramente con ammirazione questo!

Quando lui morì, a trentatrè anni, secondo le indicazioni che sono venute a noi, nel 1181, aveva fatto persino dei miracoli.

Si era santificato nel vivere in mezzo ai boschi, nel suo vivere di preghiera, di digiuno, di penitenza, di allontanamento dal mondo.

Eremita! E cioè aveva lasciato tutto. Perché? Per fare della sua vita unicamente una lode a Dio, per ringraziare Iddio di tutto quello che gli aveva dato, per pregare per sé e per tutti i fedeli e per tutti gli uomini.

Era un tempo, il suo, nel quale si usava la vita eremitica, c’erano degli eremiti un po’ sparsi in tutti i luoghi della Toscana e spesso questi eremiti erano seguiti da altri che partecipavano con loro alla vita eremitica. Lo stesso accadde anche a San Galgano: ci furono degli altri giovani, degli altri che seguirono il suo esempio e andarono a fare gli eremiti accanto a lui, tanto che, ad un certo punto, egli si trovò in necessità di andare a Roma, dal Papa, Alessandro III, che era un senese, Rolando Bandinelli, a chiedere che venisse approvata la sua regola, la regola di questi eremiti che si erano stretti intorno a lui.

Il suo esempio aveva trascinato altri.

In altri luoghi questi eremiti poi diventarono dei monaci, per esempio a Lecceto, vicino a Siena, c’erano gli eremiti che diventarono monaci agostiniani, mettendosi insieme. E così a Monte Oliveto, vicino a Buonconvento, incominciò il Beato Bernardo Tolomei a fare l’eremita e accanto a lui vennero altri eremiti, poi dopo si riunirono insieme e diventarono una comunità di monaci.

Ecco: questo fatto di questi giovani che fanno gli eremiti, di questi uomini ce lasciano la carriera del mondo per ritirarsi in mezzo ai boschi a vivere nella penitenza, nella preghiera, nella lode di Dio, è qualche cosa che dice a noi, qualche cosa da meditare: non c’è troppo attaccamento al mondo da parte nostra? Questi eremiti ci indicano con il loro esempio che la cosa più importante è pensare a dio, è salvare la propria anima, è fare della propria vita qualche cosa di veramente utile per tutta l’umanità. Che esempio meraviglioso? Dobbiamo riconoscere che siamo proprio meschini, attaccati al nostro pezzo di terra, alla nostra casa, alle nostre ricchezze, come se lì ci fosse tutta la felicità, quasi che iddio non ci attendesse per farci felici per sempre. Ecco, gli eremiti sono un esempio, un richiamo per tutti noi.

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Ma c’è una seconda riflessione che io voglio fare, rispetto a San Galgano. Voi lo sapete, san galgano quando decise di fare l’eremita, andò là, sul Montesiepi, e piantò la sua spada nel tufo che poi si è indurito ed è diventato come una pietra. E la spada è ancora là, tutta arrugginita … Che cosa vuol dire questo gesto? Quelli che hanno scritto la vita di San Galgano hanno detto: “Ha voluto mettere per terra la spada, perché la spada è fatta così come una croce, dinanzi alla quale lui si è inginocchiato e dinanzi alla quale pregava”. È vero. Era una croce. È una croce quella spada piantata là per terra. Ma è anche qualche cosa di più e vuol dire che San Galgano ad un certo punto ha detto: “Non voglio più fare violenza! Non voglio più adoperare la spada per colpire qualcheduno, per fare del male agli altri, non voglio essere più oppressore, uno che fa giustizia da sé. Voglio essere un uomo di pace, di pace”.

La pace: ecco cosa vuol dire questa spada piantata per terra. Basta con tutto quello che è oppressione dell’uomo sull’uomo, che è offesa dell’uno all’altro. Deve regnare l’amore, la fraternità, la pazienza, il sopportarsi a vicenda, l’amarsi sul serio. Fare la pace, vivere in pace. Che messaggio di pace è questo!

Quando io penso al mondo d’oggi, vediamo da tutte le parti violenza, guerre, ci si ammazza, si arriva a decretare l’eutanasia, cioè che si possono ammazzare quelli che sono ammalati che non si ha speranza che possano guarire, si arriva a moltiplicare gli aborti, a renderli leciti e così via. Quanto male si fa nel mondo! Quanta violenza si fa! E le rapine, gli omicidi, i sequestri di persona! È un mondo di violenze il nostro. Ecco, noi dovremmo dire tutti: “Togliamo dal cuore questo desiderio di opprimere gli altri, di farsi giustizia da sé, di vendicarsi, di odiare. Togliamo tutto questo dal cuore”.

Ogni violenza che è nel cuore deve essere tolta via.
Ogni violenza che è nel mondo si dovrebbe togliere via, perché nel mondo ci siano l’amore e la pace.
San Galgano, che col suo gesto ci ha detto: “Piantiamola lì con ogni violenza e facciamo pace”, cia aiuti in questo senso.

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Infine una cosa voglio dire che a me sembra molto importante.

Ad un certo punto, come accennato, San Galgano andò a Roma. Andò a Roma! Eh, vedete, gli eremiti non è che rimanessero sempre fermi là dover facevano vita eremitica, ma partecipavano a delle chiese, alle feste solenni. Andavano anch’essi nelle grandi processioni che si facevano a Siena, nelle grandi sedi vescovili. Io ho ritrovato dei documenti della diocesi di Siena che stabilivano come dovevano essere ordinate le processioni; ad un certo punto c’è scritto: “Ecco, in questo punto, nella processione, ci stanno gli eremiti”. Allora vuol dire che questi eremiti che stavano nelle campagne dovevano andare là quando c’era questa processione così importante, per prendere il loro posto. Pare persino che avessero una divisa, una veste di pelli, così proprio come gente che vive nella campagna, nei boschi, nella penitenza. E avevano il loro posto nella Chiesa, erano considerati nella Chiesa, come quelli che hanno una loro parte, che adempiono una funzione, che mettono in pratica l’esempio di Gesù che si ritirava da solo sul monte a pregare, che pregavano essi per tutta la comunità, facevano penitenza per tutta la comunità.

Avevano un posto nella Chiesa; erano riconosciuti. E San Galgano voleva che il Papa riconoscesse la sua regola. Ecco, com’è bello pensare a questo. Tante volte quando noi pensiamo a questi eremiti, pensiamo a gente quasi che fossero dei ribelli, a gente che si è messa da parte perché non andava d’accordo con la Chiesa ufficiale. Niente affatto! Sono quelli invece più ossequienti alla Chiesa, sono quelli più obbedienti, più rispettosi; che stavano disciplinati sotto l’autorità della Chiesa, dei Vescovi, e che chiedevano l’aiuto dei sacerdoti per avere i sacramenti, per avere l’assistenza spirituale.

Erano dei laici, questi eremiti. Anche San Galgano era un laico, non era un prete, ma aveva bisogno del prete, per poter ricevere i sacramenti. E lui li chiedeva al prete questi sacramenti di cui aveva bisogno per la sua vita. Che bell’esempio anche questo! Vivere nella Chiesa! Stare nella Chiesa! Essere obbedienti alla Chiesa! Collaborare con la Chiesa! Sentirsi parte viva della Chiesa! Questo ci dice San Galgano. Dobbiamo vivere la nostra vita con la Chiesa, nella nostra Parrocchia, nella nostra Diocesi, con il Papa, con la Chiesa universale; sentirsi uniti, tutti insieme, e pregare gli uni per gli altri, perché venga il Regno del Signore.

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Ci aiuti San Galgano a capire queste cose e ci dia, con la sua intercessione, la grazia di metterle in pratica.
Sia lodato Gesù Cristo.