Speciosa Imago

Speciosa Imago: l’iconografia di San Galgano

Giunge in libreria il volume Speciosa Imago: l’iconografia di San Galgano dal XIII al XVIII secolo, edito da Nuova Immagine, di Siena.

Ha scritto nella presentazione del volume il nostro Priore, Prof. Andrea Conti – che del volume è anche il curatore, nell’ambito di un team di studioso altamente qualificati – che Galgano da Chiusdino cavaliere ed eremita vissuto nella se­conda metà del XII secolo, è senza dubbio un personaggio storico di grande interesse: accolto nel canone dei santi a distanza di un quinquennio dalla morte, egli è l’ispiratore di due fra le più significative emergenze artistiche del territorio senese, l’eremo di Montesiepi e la grande abbazia a lui dedicata.

Il volume raccoglie le relazioni presentate al convengo tenuto a Chiusdino nel maggio del 2013 con lo scopo di analizzare il più ampio panorama possibile dell’iconografia di lui, con particolare riferimento alla produzione artistica espressa fra il XIII e il XVIII secolo.

Come per la conoscenza del santo è fondamentale lo studio delle fonti documentarie medievali e non meno importante quello delle biografie prodotte fra il Cinquecento e il Novecento, con le stesse finalità si è posto accanto all’indagine del vasto corpus agiografico galganiano, lo studio dell’altrettanto vasto corpus iconografico ispirato dal cavaliere eremita chiusdinese, tangibile testimonianza di un culto religioso, civico ed identitario, che non ha mai conosciuto declino o dimensionamento.

Caratterizzato dalla profondità con cui l’analisi del patrimonio iconico si è confrontata con le fonti e la letteratura agiografica e con i più accreditati saggi storico-critici, i contributi si distinguono per il dialogo che i vari relatori hanno intessuto fra di loro nella ricerca di una sintesi esegetica che consentisse una ricostruzione dei dati storico-biografici e cultuali della figura di san Galgano nella maniera scientificamente e perciò culturalmente non di meno che spiritualmente, più corretta ed efficace.

Lo stemma della Compagnia di San Galgano

Lo stemma della Compagnia di San Galgano

Lo stemma dell’Inclita ed Insigne Compagnia di San Galgano, in termini araldici, si descrive “d’azzurro ad una croce d’argento gigliata all’antica e pieficcata, infissa in un monte di tre pezzi pure d’argento, accompagnata in fascia dalle lettere “S” e “G” sormontate dal segno di abbreviazione, il tutto d’argento”, incorniciato da una corona del santo rosario con cinquanta grani d’argento alternati, in gruppi di dieci, a cinque grani più grossi d’oro da cui pendono tre grani d’argento sostenenti un croce ottagona di rosso.

Iniziamo della descrizione dello scudo.

Il campo – cioè lo sfondo – è azzurro: tradizionalmente esso è il colore della Madonna, e quindi rimanda al sogno avuto da San Galgano in cui vide la Madre di Dio circondata dai dodici apostoli e che fu l’inizio della sua conversione, ma vuol alludere anche allo stemma di Chiusdino, il cui campo è appunto azzurro.

Sul campo si trova un monte composto da tre piccole mezzelune sovrapposte. Esso simboleggia la sommità del Monte Siepi.

Su di esso è infissa la celebre spada capovolta, e qui disegnata con le estremità gigliate. É ovviamente la spada che Galgano infisse sul terreno ma che, ad un certo punto, si disse infissa nella pietra a significare che la risoluzione di Galgano di intraprendere la sua vita eremitica si fondava su di una scelta d’amore per Nostro Signore Gesù Cristo, che è la pietra sulla quale ognuno di noi, secondo l’insegnamento del Vangelo, è chiamato a costruire la propria vita.

La spada capovolta ricorda la croce: nel disegno l’elsa e la guardia hanno la forma di gigli, questo significa che il legno della croce non è secco e sterile ma è fiorito e porta frutto, ovvero che la morte di Nostro Signore sulla croce ha attenuto per noi la vita eterna. È lo stesso motivo per cui il terribile strumento di sofferenza e di morte è divenuto il segno che tracciamo con devozione sul nostro corpo, che portiamo sovente al collo, che poniamo sulle tombe dei nostri cari …

Di qua e di là dalla spada, si leggono le lettere “S” e “G”, iniziali di “Sanctus Galganus”, San Galgano.

Sullo scudo si trova una corona regale che porta al suo centro la figura di un iris, che altro non è se non il celebre giglio fiorentino o, come si dice a Firenze, il giaggiolo, e la corona qui rappresentata è quella del Granducato di Toscana, di cui la Compagnia può fregiarsi grazie ad un privilegio concesso nel 1683 dal Granduca Cosimo III de’ Medici, insieme al doppio titolo di “Inclita ed Insigne”: “Inclita”, cioè nobile, illustre, gloriosa, ed “Insigne”, cioè distinta per i suoi pregi, per i suoi meriti, e degna di considerazione …

Tutto intorno allo scudo, sta una corona del Santo Rosario, per indicare che si tratta dell’emblema di un’associazione con fini di pietà e di carità.

Alla corona del Rosario è appesa una croce rossa con le estremità che si allargano verso l’esterno e terminano con due punte ciascuno: il colore rosso significa il sangue sparso da Gesù per la nostra redenzione e che noi stessi dovremmo essere pronti a versare per difendere la nostra Fede; le otto punte simboleggiano invece le otto beatitudini:

“Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli.

Beati gli afflitti, perché saranno consolati.
Beati i miti, perché erediteranno la terra.
Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati.
Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia.
Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio.
Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio.
Beati i perseguitati a causa della giustizia, perché di essi è il regno dei cieli”.

Il beato Giacomo da Montieri

Il beato Giacomo da Montieri

la lezione di un figlio spirituale dell’abbazia di San Galgano, nell’ottavo centenario della nascita:

aprire il cuore a Gesù!

di Andrea Conti.

Due volte l’anno, a dicembre ed a luglio, Montieri festeggia il proprio patrono, il beato Giacomo, anzi, come dicono le più antiche biografie, Sancto Jacopo Murato, che è anche uno dei numerosi santi e beati legati all’abbazia cistercense di San Galgano.

Giacomo nacque a Montieri nel 1213. Cominciò prestissimo a lavorare nelle miniere d’argento di proprietà dei potentissimi vescovi di Volterra ed a trent’anni con altri giovani, scrive monsignor Rino Biondi nella sua biografia del beato, “o per sete di denaro, o perché inaspriti dai molti soprusi, dei quali essi stessi si consideravano vittime, si misero segretamente d’accordo per recarsi nottetempo a rubare l’argento in certi depositi che essi dovevano ben conoscere per consuetudine di lavoro”.

Ma il colpo fallì e “quando la pena di morte pareva oltremodo eccessiva e tuttavia si voleva rendere innocuo il malfattore e incutere spavento negli altri, si applicava la pena minore, ma pur sempre terribile, il cui solo nome desta in noi un raccapriccio istintivo: la mutilazione”. Giacomo subì il taglio della mano destra e del piede sinistro!

“Dopo il subbuglio dei primi giorni – è sempre monsignor Biondi che scrive – subentrò in lui una più moderata inquietudine e finalmente, alla luce di Dio, egli poté guardare fino in fondo la sua anima, come quando, giovanetto, si era specchiato nelle limpide acque di un ruscello. Il segno dell’interiore schiarita e del disgelo del cuore, che stava operandosi sotto l’influsso della grazia divina, furono le lacrime. Le molte lacrime furono, fin da principio, straordinariamente benefiche e purificatrici. Tolsero al povero mutilato il senso oppressivo di essere ormai spedito, di non servire più a niente, e dissipando dalla sua mente ogni funesto pensiero, gli rivelarono quello che d’ora in poi poteva e doveva fare: espiare volontariamente davanti a Dio, riparare in qualche degna maniera davanti agli uomini”.

“Persuaso di ciò, il pio convertito non frappose più indugi, ma fin d’allora, formulò nel segreto del cuore l’arduo voto: farsi recluso volontario e passare segregato dal mondo tutto il resto della sua vita”.

“Tuttavia, per realizzarla nel modo voluto dalle leggi canoniche, doveva anch’egli appoggiarsi al monastero più vicino; e lì, il più vicino, il più in vista (anche materialmcnte, perché da Montieri, come da un aereo balcone, era facile scorgerlo giù in fondo al pian della Merse) era quello: San Galgano. Non era possibile ignorarlo”.

“Da parte di Giacomo c’era soprattutto l’ammirazione per il Santo ch’egli poteva considerare quasi suo conterraneo e affine a sé, perché passato dalle colpe di gioventù alle austerità della vita solitaria” ma ad essa “si aggiungeva la stima per la Badia di stretta osservanza e il bisogno, da lui umilmente e profondamente sentito, di attingere a una fonte di genuina spiritualità, prima di affrontare le asprezze della reclusione”.
“Sarà stato davvero laggiù il Beato a istruirsi nelle monastiche discipline? Rispondiamo: – La cosa non è documentabile, ma neanche inverosimile; anzi, trova il suo appoggio, come abbiamo già detto, nella tradizione e nella disciplina della Chiesa. E per giunta, più vi pensiamo più ci convinceremo che un simile tirocinio era assolutamente necessario al nostro Penitente. Avendo egli fino a ieri seguito il mondo, l’improvvisa conversione non poteva supplire a tutto, ne aprirgli tutti in una volta gli arcani della vita contemplativa. Gli occorreva una preparazione, e questa, da solo, non poteva farla; mentre la Badia era lì, come uno scrigno nuovo, fornito degli incomparabili tesori della spiritualità cistercense”.

Terminato il periodo di prova, Giacomo, presente l’abate di S. Galgano, fece il suo ingresso in una piccola cella costruita accanto alla chiesa di San Giacomo Apostolo, sul poggio di Montieri.

Giacomo visse come volontario recluso, conducendo una vita di solitudine, silenzio, preghiera, penitenza, per più di quarant’anni, operando miracoli e per lunghissimi periodi non vivendo nient’altro che dell’eucaristia, finché il 28 dicembre 1289, mentre si celebrava la festa dei Santi Innocenti, all’età di settantasei anni, lasciò questa terra per la gloria del Paradiso.

L’ammirazione per lui vivo si trasformò in culto una volta morto. Non ci fu mai un processo di canonizzazione ma all’epoca la disciplina per il riconoscimento della santità di un fedele non era stata codificata così come oggi: bastò ai montierini la memoria degl’anni che Giacomo aveva trascorsa in preghiera e penitenza e i miracoli che avvenivano per sua intercessione mantennero nel popolo questo ricordo e lo alimentarono. Il culto del beato è quindi precocissimo: i montierini decisero da subito di onorarne i resti mortali esposti da subito alla pubblica venerazione, e di custodirne le varie memorie, fra cui la cella dov’era vissuto e già cinquant’anni dopo la morte del beato è documentata a Montieri una confraternita istituita in suo onore e col fine di tenerne desti la memoria e il culto, l’Opera di Sancto Jacopo Murato che esiste tutt’ora.

Il corpo è custodito in un’urna sontuosa, sull’altar maggiore della chiesa parrocchiale dei Santi Michele e Paolo di Montieri: una delle ricognizioni delle reliquie del santo, fatta nel 1694, fu presieduta da monsignor Lorenzo Politi, protonotario apostolico e all’epoca arciprete di Montieri, che era però di Chiusdino!, e ciò col fine di estrarne alcune reliquie da inviare al cardinale Francesco Maria de’ Medici che gliene aveva fatto richiesta.

La Santa Chiesa, madre de’ santi, scrive il Manzoni negl’Inni sacri, tramite il pontefice Pio VI, nel 1798 ne ratificò solennemente il culto ab immemorabili.

L’anno scorso, nel 2013, ricorrendo l’ottavo centenario della nascita del beato, i festeggiamenti, organizzati dall’attuale arciprete monsignor Orazio Ciampoli e dai suoi collaboratori, sono stati particolarmente solenni. Essi son giunti al loro culmine con la visita di sua eminenza il cardinale Angelo Comastri, arciprete della patriarcale basilica vaticana di San Pietro e vicario di Sua Santità per la Città del Vaticano.

Ed al cardinal Comastri dobbiamo le parole che seguono, nella quale sintetizza il messaggio di questo santo: “Sono convinto che la principale causa dello sbandamento dell’attuale società sta nei modelli sbagliati ai quali la gente e, soprattutto, i giovani guardano per progettare e sognare la loro vita. Quali sono i modelli a cui oggi guarda la gente? Sono le persone di successo, le quali, molto spesso, sono corrotto, sono senza principi morali, sono caratterizzate da una vita disordinata e guidata soltanto dal capriccio e dall’egoismo. Seguendo questi esempi abbiamo il mondo che vediamo, un mondo sbandato e scontento, perché si è spenta la luce della Fede, che è l’unica lice che dà senso alla vita e illumina il cammino della vita e lo rende bello e felice”.

“È necessario invertire la rotta – ha proseguito il cardinale – ce lo grida la storia del beato Giacomo da Montieri. Egli, da giovane, sentì come tanti la suggestione del denaro, la voglia di possedere, di godere e arrivò a progettare un furto che sconvolse la sua vita. Tutto poteva finire nel buio di una galera (e, allora, erano veramente buie le prigioni), di lui la storia poteva non lasciare traccia, se non il vago ricordo di uno dei tanti furfanti che appaiono e scompaiono nello scenario del mondo”; “Non è stato così! Perché? perché Giacomo ha aperto il cuore a Gesù: all’unico che può trarci fuori dalle catene della cattiveria e può ricostruire il senso della vita in qualsiasi situazione, anche nella situazione più disperata”.

“La lezione è chiara – ha concluso il cardinale – se vogliamo che i nostri giovani non diventino come le lumache che lasciano dietro di sé soltanto la scia insignificante di una bava (e accade spesso!), dobbiamo aiutarli a costruire la vita sulla roccia sicura della Fede in Dio!”.

Le celebrazioni dei santi nella chiesa di San Martino dal Cinquecento al Settecento

Le celebrazioni dei santi nella chiesa di San Martino dal Cinquecento al Settecento

Se noi scorriamo le pagine dei due Libri di Ricordanze del monastero di San Martino in Chiusdino – sede di una comunità benedettina vallombrosana qua accolta dopo la decadenza della celebre abbazia di Santa Maria di Serena – che gli abati fecero redigere nei duecentodieci anni compresi fra il 1579 e il 1789, vi leggiamo come in quei due secoli si celebrassero delle feste con messe solenni, primi e secondi vespri, uffizi dei defunti e così via, la cui origine risale non già all’iniziativa dei monaci stessi ma a quella di alcune famiglie chiusdinesi.

La prima notizia in proposito è quella relativa alla solenne celebrazione della festa dell’Annunciazione, il 25 marzo, deliberata da Bernardino di Domenico Mancini da Volterra nel proprio testamento del 1519. Con questo atto, Bernardino obbligava i propri figli, Pietro e Meo, a versare annualmente cinque lire ciascuno per “fare ogni anno la festa della madonna di Marzo a di 25 di detto con messe et offizio”.

Nel 1544 Pietro Mancini, primogenito del defunto, confermò tale obbligo per le figlie, Caterina e Margherita, le quali avrebbe dovuto “a ogni anno far celebrare la festa della Nunziata della gloriosa Vergine Maria nella chiesa di Santo Martino, e per tal festa dare lire dieci”, un obbligo che passò poi ai discendenti di Caterina, i Petrucci, non senza aprire, purtroppo, un’incresciosa controversia.

Un secolo dopo, infatti, Galgano Petrucci, “non volse sborsare” le dieci lire per la festa, forse nella convinzione che con la scadenza di un secolo si fosse estinto l’obbligo contratto dai suoi antenati. L’abate di San Martino, don Benedetto Neri Catani, fu però di parere diverso e citò il Petrucci ottenendo il pagamento “per via di giustizia”.

La cosa non dev’essere stata ben digerita dal Petrucci se, una trentina di anni dopo, facendosi forte del fatto che nei testamenti degli avi non era specificato chi dovesse celebrare la festa, se i monaci di San Martino, cioè, o altri sacerdoti, né chi dovesse scegliere i celebranti, pretese “di chiamare i sacerdoti a suo modo, per non usar l’uso de Padri di Casa circa l’applicazione delle messe”. La controversia fu portata davanti al vescovo di Volterra, Carlo Filippo Sfondrati, che però sentenziò a favore dei monaci, non avendo il Petrucci “altro jus, che dare, e consegnare, al Predetto Abate pro tempore, lire dieci moneta per la messa Cantata e due messa piana, con due vesprj, è uffizio de morti la mattina seguente con tre messe parimenti de morti”.

La controversia finì lì se alla fine del Settecento, quando il monastero fu soppresso, si faceva ancora “la Festa della SS. Nunziata dei Sig.ri Petrucci”.

Naturalmente non tutte le famiglie che istituirono questo tipo di celebrazioni si trovarono in contrasto con i monaci ed anzi è da credere che, una volta istituita una festa, la famiglia tendesse a conservarla sia per devozione, sia per motivi di prestigio.

Così, abbiamo notizia che nella chiesa di San Martino si celebrasse, il 12 marzo di ogni anno, anche una festa di San Gregorio Magno, istituita nel 1610 con un lascito di duecento scudi da Vittorio di Deifebo Magni “cittadino senese, sibbene lungo tempo era stato à Roma, et habitato qui à Chiusdino”. Il Magni aveva all’uopo donato una tela raffigurante San Gregorio: quest’opera, purtroppo, è andata perduta – così come quella donata dalla vedova di Vittorio, Margherita Barbieri, raffigurante “un quadro di Cristo … dipintovi dentro il nostro Salvatore portante la croce in spalla” – presumo con la soppressione del monastero nel 1785 e la successiva dispersione del patrimonio di esso: non sono citate, infatti, nell’inventario compilato nell’ottobre del 1862.

Nel 1639 Ottavio Fabianelli, disponeva nel suo testamento l’istituzione della festa di Sant’Agata, il 5 febbraio di ogni anno. La famiglia Fabianelli, documentata dall’inizio del XVI secolo, non esiste più, si estinse infatti con le figlie di Ottavio, Anastasia, maritata in casa Petrucci, e Bartolomea, sposata Lenzi. Né Silvia Petrucci, figlia di Anastasia e moglie del notaio Galgano Mattei, né i numerosi fratelli Lenzi, figli di Bartolomea, risultano essere stati chiamati all’adempimento delle disposizioni testamentarie del proprio nonno materno cosicché presto la festa non fu più celebrata.

Nel 1728 Lavinia di Ansano Ricci lasciò una cospicua eredità (terreni, oliveti, boschi, bestie vaccine e duecento scudi) ai monaci con l’obbligo di celebrare ogni anno, nella chiesetta di Porta Piana, la festa di San Nicola da Tolentino, 1l 10 di settembre, “con l’intervento di tutti i sacerdoti del castello di Chiusdino, e due messe la settimana in perpetuo”, ma non si ha notizia che la gentildonna avesse lasciato ai propri discendenti o parenti l’obbligo di perpetuare la tradizione.

Della celebrazione della festa di Santa Apollonia, il 9 febbraio, si ha notizia dalla fine del Cinquecento: negli anni quaranta del Settecento ne risulta la sponsorizzazione da parte della famiglia Conti: “Per Santa Pollonia si è fatta la festa solita farsi della Casa Conti, con Messa cantata dal Rev.mo Sign. Abbate Margellini co l’assistenza del Sig. Proposto Mattei, cugino del Sig. Ottaviano e del Padre Priore Ceccarini davanti a l’Imagine che i deti Signori Conti havevano portato. Si è distribuito il pane à povari. La Messa si è fatta nella Chiesa nostra di S. Martino. Il pane a l’uscio dei Sig.i Conti fuor di Porta Piana”.

In realtà il nome esatto dell’abate è Bargellini: don Mansueto Bargellini fu abate di San Martino dal 1739 al 1755; il proposto Mattei e l’Ottaviano cui si accenna sono rispettivamente monsignor Innocenzo Amaddio Mattei, primo proposto di Chiusdino, e Ottaviano Conti, cugino di lui poiché le rispettive madri erano sorelle. Purtroppo, a causa della sciagurata distruzione dell’archivio Conti, non sappiamo né quando né perché questa famiglia abbia determinato di intervenire in questa festa.

Nelle pagine relative al governo dell’abate Ilarione Filippini, di San Marcello Pistoiese, protrattosi dal 1762 al ’67, si evincono notizie di varie altre celebrazioni, che tuttavia sembrano consuetudinarie e quindi risalenti a tempi precedenti, se di poco e di molto non è dato sapere.

Così, nel 1763 si ha memoria che il 13 dicembre si celebrava la festa di Santa Lucia “che fa la Casa Novellini”, una famiglia oriunda di Monticiano e trasferita a Chiusdino alla fine del Cinquecento.

Nel 1764 si ricorda per la prima volta una festa di Sant’Antonio Abate, il 17 gennaio, “che fa la casa Molendini”: fra il Sei ed il settecento, tre membri di questa famiglia, fa cui un sacerdote (Pier Anton Maria, “sacerdote molto degno, che per cinquanta annj e più” svolse il suo ministero a Chiusdino “con molto zelo, e carità”), portarono questo nome, segno evidente di una radicata devozione al santo ed è interessante notare che, in questo caso, siamo in presenza dell’unica celebrazione che, pur di origine privata, sia continuata anche dopo l’estinzione di questa famiglia nei Pometti, oggi Mori-Pometti, fino a tempi recenti.

Nel 1765 si ha notizia di una festa di San Mattia Apostolo, il 24 di febbraio – o il 25, negl’anni bisestili – col canto dei primi e dei secondi vespri e della messa, “fatta da Signori Venturi”: un membro di questa famiglia, caporale delle milizie granducali di stanza a Chiusdino, vissuto nel Seicento, ebbe questo nome: fu lui ad iniziare la tradizione o esisteva già? Non lo sappiamo. Nello stesso anno si parla di una festa di San Giorgio, il 23 di aprile, patrocinata da casa Mattei – anche in questo caso fra il Sei ed il Settecento si riscontrano vari membri di questa stirpe, tutt’ora esistente a Chiusdino, che portarono questo nome, fra cui un arciprete di Boccheggiano – “con vespri e messa cantata toccandogli un’anno sì, e un’anno nò”;

Nel 1774 si ha memoria sia di una festa di San Francesco, il 4 di ottobre, ancora “festa di casa Novellini” sia di una festa di San Matteo Apostolo, il 21 di settembre, “solita farsi dalla casa Ceccharini”, altra famiglia estinta (negli Atticciati).

Or è noto che i fedeli, in tutte le epoche, hanno espresso la loro pietà attraverso donazioni alla Chiesa, alle parrocchie ed alle comunità monastiche, per gratitudine verso Nostro Signore (“per grazia ricevuta”, si sul dire), per soddisfare la propria devozione, per assicurare le preghiere per sé, per i propri congiunti, in vita, non meno che suffragi per la propria anima in morte; nei casi esaminati è evidente che accanto ad indubitabili sentimenti di devozione, alla necessità del suffragio per l’anima propria e quella dei defunti, l’istituzione o la sponsorizzazione di queste feste costituiva un momento di indubbia qualificazione sociale agl’occhi dei concittadini e di affermazione del proprio prestigio. Allo stesso tempo mi sembra che la tolleranza di questi interventi e il favore mostrati dalla comunità monastica, rispondano ad una duplice volontà, di controllare le espressioni della religiosità contro il pericolo di eresie, cioè, e di assicurarsi delle entrate regolari con cui soddisfare almeno in parte, il mantenimento dei monaci, degli edifici, degli altari, degli arredi, delle luminarie.

Cenni storici sui luoghi di culto intitolati a San Galgano al di fuori della Val di Merse viaggio fra la Garfagnana, la Val di Chiana e Perugia (Bollettino 2013)

Cenni storici sui luoghi di culto intitolati a San Galgano al di fuori della Val di Merse

viaggio fra la Garfagnana, la Val di Chiana e Perugia

di Andrea Conti

L’arrivo dei monaci cistercensi a Montesiepi, fra la fine del XII secolo e l’inizio del XIII, fortemente voluto dal vescovo di Volterra, Ildebrando Pannocchieschi, provocò delle tensioni nella piccola comunità di eremiti che si era costituita attorno a Galgano quand’egli era ancora in vita, che aveva convissuto con lui, seppur per breve tempo, e che ne custodiva la memoria e le reliquie del corpo e della spada conficcata nel terreno.

Che il nostro Santo non vivesse da solo nel bosco di Montesiepi, è infatti attestato dalla più antica documentazione che, a suo riguardo, sia giunta in nostro possesso. Innanzitutto negli atti del processo di canonizzazione, redatti appena cinque anni dopo la morte del santo: Pagano de Nocetia poté descrivere le penitenze cui il santo si sottoponeva perché le aveva viste “dum conversaretur cum eo” cioè “mentre soggiornava con lui ” (La conversatio è, nel linguaggio ecclesiastico, la vita religiosa).

In un documento d’una decina d’anni dopo col quale una gentildonna chiusdinese, Mateldina di Ugolino, vedova d’un tal Guidobaldone, donava alcuni terreni alla chiesa del beato Galgano sul poggio di Montesiepi, si fa riferimento ai Pauperes Christi, ai Poveri di Cristo che servivano Dioin quel venerabile luogo (qui sunt dati Deo servire in praedictum venerabilem locum).

Dalla Vita Sancti Galgani de Senis, la più antica biografia del santo, scritta da un anonimo monaco cistercense nella prima metà del Duecento, sappiamo che Papa Alessandro III accettò di ricevere Galgano poiché era giunta al Pontefice la “famam noviter religionis inceptae”, la fama della nuova comunità religiosa appena fondata.

Si trattava presumibilmente di una piccola comunità su scala ridotta ed abbastanza libera e rurale organizzata più che attorno alle tradizionali regole di San Benedetto e di Sant’Agostino, attorno a prescrizioni proprie ed originali, ad una regola orale ispirata a più testi monastici, presumibilmente quelli che descrivevano lo stile di vita dei Padri del Deserto, i solitari asceti della Tebaide che sono all’origine del monachesimo cristiano.san-Agostino

Non volendo aderire alla regola benedettina che i monaci cistercensi erano tornati ad interpretare e ad applicare nel suo primitivo ma luminoso rigore e volendo preservare il proprio carisma spirituale, un consistente gruppo di questi Poveri di Cristo – altrove esplicitamente chiamati Consocii beati Galgani – lasciò Montesiepi non per tornare nelle proprie famiglie ma per trasferirsi altrove e continuare secondo quello stile di vita fin lì condotto.

La notizia ci è trasmessa dall’altro antico biografo di San Galgano, un monaco agostiniano ance lui rimasto anonimo ma che sappiamo essere stato priore del convento di Santo Spirito a Firenze, che compilò una Vita negli anni trenta del Trecento.

Questi due fatti – l’ingresso dei cistercensi e la dispersione dei consocii beati Galgani – provocarono il sorgere, al di fuori della Val di Merse, di vari piccoli conventi con le relative chiese intitolate al santo cavaliere eremita chiusdinese.

Eremo di San Galgano di Catasta o di Pietreto, presso Chiusi.

Verso il 1191 – erano passati appena dieci anni della morte del nostro caro Santo – un gruppo degli eremiti di Montesiepi giunse nel territorio dell’attuale comune di Paciano, in provincia di Perugia ma in diocesi di Chiusi, e lì fondò un convento conosciuto dalla documentazione dell’epoca come heremitorium Sancti Galgani de Catasta o anche de Petreto.

Verso la metà del Duecento, i membri di questa comunità aderirono all’ordine di Sant’Agostino assumendone la regola.

La vita del convento di San Galgano di Catasta fu purtroppo molto breve: già agl’inizi del Trecento l’eremo non risulta più con questo nome ma come semplice chiesa pur sempre dedicata a San Galgano, segno che non vi risiedeva più alcuna comunità.

Questa chiesa di San Galgano fu officiata per tutto il Cinquecento ed il Seicento; tuttavia nel 1798 essa già non esisteva più, tanto che su quei poveri resti un nobile locale fece erigere un oratorio dedicato a San Filippo Benizi, un sacerdote fiorentino, membro dell’ordine dei Servi di Maria, vissuto nel Duecento, che per umiltà si era sottratto all’elezione al sommo pontificato. Oggi anche questo secondo oratorio è ridotto ad una macìa di sassi.

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Eremo di San Galgano de Fidentio in Funticellis, presso Chiusi.

Gli eremiti di San Galgano de Catasta furono all’origine di un’altra fondazione galganiana. Fra il 1220 ed il ’40, il priore di quel cenobio, frate Stefano, inviò infatti cinque dei suoi frati a fondare un altro eremo in una località poco lontana che si chiamò eremo di San Galgano de Fidentio in Funticellis.

Anche questo nuovo convento oggi non esiste più: ne resta un pallido ricordo in un podere San Gargano ed in una fonte di San Gargano, proprio così, con la “r”.

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Eremo di San Galgano di Vallebuona in Garfagnana.

Un’altra fondazione dei consocii beati Galgani allontanatisi da Montesiepi fu quella, assai più lontana dei precedenti, realizzata a Vallebuona in Garfagnana: si tratta dell’heremitorium Sancti Galgani Vallisbonae de Garfagnana, nel territorio dell’attuale comune di Vergemoli (in provincia di Lucca), che risale al 1214.

All’origine di questa fondazione, c’è un miracolo. È ancora l’anonimo priore del convento di Santo Spirito di Firenze a raccontarcelo: giunti in Garfagnana “in villam quae Valivum dicitur”, in una località che si chiama Vallico con le reliquie del santo: si tratta di Vallico di Sotto nel territorio dell’attuale comune di Fabbriche di Vallico, già di Trassilico.

Di quali reliquie si trattasse non si sa; certo non la testa, poiché essa rimase a Montesiepi; forse il resto dello scheletro e questo spiegherebbe l’assenza di altre reliquie del santo dal territorio chiusdinese.

I Poveri di Cristo che avevano lasciato Montesiepi, furono ospitati da una pia donna del luogo. Nel corso della notte, lo splendore di due luci miracolosamente apparse sulla cassa che conteneva le reliquie, svegliarono prima la donna e poi il marito di lei; convocato il pievano del luogo, fu deciso di regalare agli eremiti un appezzamento di terreno perché vi edificassero il loro convento.

Come i religiosi dei due precedenti conventi, anche quelli di Vallebuona di Garfagnana aderirono successivamente alla regola di Sant’Agostino.

La decadenza di questo convento iniziò nella seconda metà del Trecento e si protrasse per tre secoli finché, fra il 1650 ed il ’53, papa Innocenzo X non ne decise la soppressione. Di questo convento oggi non resta che una modesta casa colonica che col suo nome, I Romiti, ci tramanda l’antica destinazione.

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Eremo dei Santi Giorgio e Galgano della Spelonca, presso San Giuliano Terme.

Già all’indomani del loro abbandono dell’eremo di Montesiepi, alcuni dei consocii beati galganitrovarono ospitalità presso l’heremitorium Sancti Georgii de Spelunca, sul Monte Moricone, al confine tra le provincie di Lucca e di Pisa, nel territorio dell’attuale comune di San Giuliano Terme (in provincia di Pisa), fondato nel 1187 dal podestà di Lucca Paganello de’ Porcari per il sacerdote Giovanni degli Onesti che aspirava alla vita eremitica.

Dall’eremo della Spelonca gli eremiti galganiani uscirono nel 1214 per fondare un loro eremo, quello di Vallebuona, che abbiamo appena visto. Una decina d’anni dopo, tuttavia, fra le due comunità esisteva una profonda unione spirituale tanto che l’eremo della Spelonca comincia a denominarsi di San Giorgio e San Galgano mentre quello di Vallebuona invertì i nomi dei santi definendosi di San Galgano e San Giorgio.

Anche di questo convento iniziò una repentina decadenza a partire dagl’inizi del Trecento. Nel 1433 il capitolo degl’eremiti agostiniani vi mandò fra’ Agostino da Milano per risollevarne le sorti. Il frate milanese non deve però aver avuto un gran successo se, nella seconda metà del Seicento del convento della Spelonca non se ne sapeva proprio più niente ed il buon Padre Torelli, nella sua monumentale storia dell’ordine agostiniano, poteva scrivere: “ben è vero che hoggidì più non si trova in essere”.

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Anche i cistercensi, dopo il loro ingresso a Montesiepi e dopo la costruzione della grande abbazia nella valle sottostante, furono chiamati a riformare altri cenobi reintroducendovi l’osservanza scrupolosa della regola di San Benedetto, in diocesi di Siena (i monasteri di San Prospero, che un’antica leggenda non sostenuta però da prove storiche, diceva fondato dalla bella Polissena, la promessa sposa che il santo non impalmò e che si dice abbia convinto ad abbracciare la vita monacale; di Santa Maria a Fonte Becci e di San Michele a Quarto), in diocesi di Firenze (i monasteri di San Salvatore a Settimo e di San Donato in Polverosa), in diocesi di Pisa (di San Bernardo, di San Michele alla Verruca, di Santa Maria di Mirteto, di Sant’Ermete in Orticaria), in diocesi di Lucca (San PantaleoneSan CerboneSanta Maria delle Grazie), in diocesi di Perugia (Santa Giuliana).

Questo non significò la costituzione di chiese dedicate a San Galgano – i cistercensi mantennero il nome dei monasteri affidati alla loro cura – ma abbiamo due eccezioni, uno nel territorio dell’attuale comune di San Gimignano ed uno addirittura a Perugia.

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Cenobio di San Galgano di Ulignano, presso San Gimignano.

A partire dagl’anni Settanta del Duecento, in seguito ad alcuni lasciti di privati alla grande abbazia cistercense, e poi attraverso dei veri e propri acquisti, i monaci acquisirono alcune proprietà fondiarie vicino al paese di Ulignano, nel territorio dell’attuale comune di San Gimignano.

Nei pressi di Ulignano i monaci edificarono un convento con il suo oratorio, che fu il prodromo della graduale penetrazione dei monaci nel sistema dei mulini sul fiume Elsa e nelle floride attività manifatturiere ad essi collegata, avviandone, in alcuni casi, una cogestione con il comune di San Gimignano: fra i ruderi di un antico mulino si conserva ancor oggi un’epigrafe, datata 1315, che, a memoria della proprietà condivisa, presenta gli stemmi congiunti dell’abbazia di San Galgano in Val di Merse e del comune di San Gimignano.

La comunità di San Galgano di Ulignano fu avversata, purtroppo, dai sacerdoti sangimignanesi: ne nacquero contese per risolvere la quali intervennero prima il vicario della diocesi di Firenze e poi lo stesso Sommo Pontefice Nicola IV che si pronunciò a favore dei monaci.

Di questo convento che, come visto, era ancora fiorente nel Trecento, non restano che le indicazioni toponomastiche: una Via San Galgano, appunto, e, lungo di essa, il Podere San Galgano, oggi trasformato in un agriturismo.

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Monastero di San Galgano a Perugia.

Nel 1234 ai monaci bianchi di Citeaux fu affidata la riforma dell’abbazia del Santissimo Salvatore di Monte Corona, nei pressi di Perugia.

Nemmeno vent’anni dopo, nel 1253 il cardinale vescovo di Porto e Santa Rufina, Giovanni da Toledo – che era monaco cistercense e perciò detto il cardinale bianco e, nonostante il suo nome, non era spagnolo, ma inglese: nella città iberica aveva studiato medicina – affidò all’abate di San Galgano la cura di un monastero femminile all’interno della città, quello di Santa Giuliana, che il prelato aveva appena fondato. Questo due fatti, soprattutto il secondo, determinarono l’ingresso del culto galganiano nella città umbra.bagni

Pochi anni dopo, vicino alle mura cittadine fu edificato un monastero dedicato al santo eremita: non mi è stato possibile conoscere con precisione quando ciò sia avvenuto ma è certo che nel 1279 gli statuti del comune di Perugia già censivano una ecclesia Sancti Galgani ed un monasterium Sancti Galgani, in posizione periferica ma prossima alla città, che il podestà ed il capitano erano tenuti a proteggere e difendere.

Come il monastero di Santa Giuliana, anche questo di San Galgano era abitato da monache e lo fu fino al 1412 quando lo lasciarono per trasferirsi nel monastero di San Francesco. La piccola chiesa continuò tuttavia ad essere officiata ed anzi è da credere che il culto perugino del nostro Santo si sia mantenuto abbastanza vitale se ancora all’inizio del Seicento don Placido Vibi (1571 – 1652), un monaco camaldolese della citata abbazia di Monte Corona, redasse una Vita Sancti Galgani Eremitae, evidentemente per soddisfare la necessità dei religiosi e dei fedeli di meglio conoscere il santo cavaliere eremita e che purtroppo è andata perduta o almeno non è ancora emersa dagli archivi.

Poiché vicino al monastero scaturivano delle acqua salubri, nel 1635 i priori della comunità di Perugia deliberarono la demolizione dell’edificio e l’erezione al suo posto di una struttura termale che esiste tuttora: le Fonti di San Galgano. La chiesa fu risparmiata e rimase in piedi fino al 1792, quando ormai del tutto pericolante, fu demolita.

Fu allora che il parroco della vicina parrocchia di Sant’Andrea, don Francesco Maria Rosa, volle perpetuare il nome del nostro Santo commissionando ad un pittore locale, Benedetto Cavallucci, una tela raffigurante “san Galgano eremita senese a cavallo cui apparisce un’angelo indicantegli una gloria dove sono espressi Gesù Cristo, la Vergine, s. Gio. Evang., s. Pietro e s. Paolo, e in fondo al quadro, un’eremitaggio per cui viene indicata la conversione del Santo” (Così scrive lo storico locale Serafino Siepi nella sua Descrizione topologico-istorica della città di Perugia, del 1822).

Ed è bello sapere che a Perugia esiste ancor oggi una Via San Galigano, quella che da Porta Concagiunge al Parco dei Rimbocchi, costeggiando il Monte Morcino e le Fonti di San Galigano.

Anche se il nome è stato un po’ modificato – c’è una “i” nel mezzo in più – dalla pronuncia del nome del nostro santo nel dialetto perugino, è certo che si tratta proprio di lui, di San Galgano da Chiusdino.

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B.: Le notizie sugli eremi di Catasta, di Vallebuona, della Spelonca e di Fidentio in Funticellis, sono tratte dal volumeEremi agostiniani nella Tuscia del Tredicesimo secolo, del compianto Padre Tullio Zazzeri, pubblicato dalla Biblioteca Egidiana di Tolentino nel 2008.

Devo le notizie sul cenobio di San Galgano di Ulignano oltre che alle note di Antonio Canstrelli per L’abbazia di San Galgano, del 1896, alla presentazione che la Dott.ssa Silvia Colucci ne ha fatto durante il convegno sull’iconografia di San Galgano nel maggio 2013.

Per la segnalazione della presenza di un monastero di San Galgano di Perugia, ringrazio vivamente il caro collega ed Amico Chiar.mo Prof. Lino Andrea Rinaldi che con la sua consueta gentilezza e col suo contagioso entusiasmo, mi ha fatto anche da guida per la scoperta del sito.

Per le notizie storiche su di esso, fornitemi con straordinaria e cortesissima disponibilità e tempestività, ringrazio di vero cuore la Chiar.ma Prof.ssa Giovanna Casagrande, dell’Università di Perugia.

 

l’iconografia di San Galgano (Bollettino 2013)

il 16 e il 17 maggio 2013 a Chiusdino si è tenuto il grande seminario di studi su

l’iconografia di San Galgano

promosso dalla Biblioteca Comunale in collaborazione con la nostra Compagnia e patrocinato dal Comune di Chiusdino, dall’Unione dei Comuni della Val di Merse, dal Provveditorato agli Studi, dalla Provincia e dall’Arcidiocesi

di Andrea Conti

Forse è esagerato definirlo, com’è avvenuto su vari organi di stampa, il più importante evento culturale di Siena e provincia per il 2013, ma che il convegno di studi dedicato all’iconografia del nostro caro San Galgano, promosso dalla biblioteca comunale di Chiusdino ma alla cui organizzazione ha partecipato anche la nostra Inclita ed Insigne Compagnia, sia stato un appuntamento di altissimo interesse ed eccezionale rilievo culturale è indubitabile.

“In quanto presto inserito tra i santi patroni dell’antico stato senese – si legge nella nota che la biblioteca ha diffuso per illustrare l’importante evento – di Galgano da Chiusdino restano infatti illustri memorie artistiche non solo nel territorio comunale di Chiusdino, quali gli affreschi di Ambrogio Lorenzetti nella cappella Salimbeni nell’eremo di Montesiepi o le tele di Pietro Sorri e di Niccolò Franchini, nella prepositura di Chiusdino, e di Pietro Benvenuti nell’arcipretura di Frosini, ma anche nella città di Siena stessa, grazie al contributo dei grandi artisti del passato quali Giovanni di Paolo, Rutilio Manetti, Francesco Vanni, Ventura Salimbeni e altri: a mero titolo esemplificativo si possono qui ricordare le tavolette di Biccherna nell’archivio di stato di Siena, il ciclo pittorico della chiesa del Santuccio, del Salimbeni, e il ciclo pittorico della chiesa del Refugio del Manetti e del Vanni o le numerose opere aventi come soggetto il santo chiusdinese presenti nella pinacoteca nazionale. Senza dimenticare il patrimonio dell’abbazia, ormai disperso e di cui restano emblematiche testimoni le tavolette di Andrea di Bartolo distribuite fra il museo nazionale di San Matteo di Pisa e la National Gallery of Ireland di Dublino”.

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Il seminario quindi ha analizzato un ampissimo panorama dell’iconografia di San Galgano, troppo spesso misconosciuto, con particolare riferimento alla produzione artistica espressa fra il XIV ed il XVIII secolo ed ha visto una straordinaria partecipazione da parte di quanti guardano con interesse e con entusiasmo verso la figura del santo ma anche da parte di appassionati di storia del Medioevo e delle sue istituzioni, degli storici dell’arte e di coloro che coltivano interessi sia personali che professionali in ambito artistico. Infine l’Ufficio Scolastico Provinciale di Siena (ex Provveditorato agli Studi) ha patrocinato il seminario autorizzando i docenti di storia, di educazione artistica, di storia dell’arte e di discipline grafico-pittoriche, e di religione cattolica delle scuole secondarie di primo e secondo grado, a chiedere l’esonero dal servizio per aggiornamento professionale.

Patrocinato dalla provincia di Siena e dall’arcidiocesi, e inaugurato dai saluti del sindaco di Chiusdino, Ivano Minocci, dalla presidente dell’unione dei comuni della Valdimerse, Luciana Bartaletti, e del nostro proposto don Vito Nicola Albergo, e presieduto da Anna Maria Guiducci, coordinatrice della Pinacoteca nazionale di Siena, e da Gabriele Fattorini, dell’Università degli studi di Messina, e davanti ad un pubblico sempre attento, interessato e partecipe, il seminario ha visto l’avvicendarsi di numerosi relatori:

innanzitutto Eugenio Susi, membro della redazione della rivista Hagiographica ma soprattutto il massimo esperto di San Galgano, per averne studiate e pubblicate le fonti agiografiche primarie, è intervenuto con un contributo dal titolo Il dossier agiografico di San Galgano: uno status quaestionis;

Alberto Cornice, storico dell’arte, con una relazione su San Galgano nelle istituzioni senesi: Comune, Opera del Duomo, Santa Maria della Scala. Il “compagno di viaggio” nel percorso urbano della via Francigena;

Elisabetta Cioni, docente dell’Università di Siena, su Un testo agiografico tradotto in immagini: le “Storie di San Galgano” nella chiesa del Santuccio e la “Vita” del Santo di Gregorio Lombardelli;

Silvia Colucci, curatrice dei Musei Civici Fiorentini, su La formella galganiana di Frosini e le ragioni di una tipologia seriale; proposta di lettura fra iconografia e araldica;

Raffaele Argenziano, docente all’Università di Siena, su Il ciclo di Ambrogio Lorenzetti per la cappella di San Galgano a Montesiepi: l’iconografia della Maestà e dell’Annunciazione;

Alessandra Gianni, docente all’Università di Siena, su La fortuna di San Galgano attraverso i secoli: l’iconografia e il culto dal XII al XIX secolo;

Marco Ciampolini, docente nell’Accademia di belle arti di Carrara, che ha parlato di Un autore del Settecento: Niccolò Franchini e la pala di San Galgano, illustrando l’unica delle opere d’arte che ancora sia presente a Chiusdino;

Luca Fiorentino, dottore di ricerca in storia dell’arte, su Il ciclo galganiano di Andrea di Bartolo del Museo di San Matteo di Pisa: alcune considerazioni;

Michele Occhioni, storico dell’arte, su Il ciclo galganiano nella chiesa del Refugio;

Vincenzo Di Gennaro, dottore di ricerca in storia dell’arte, su Due rilievi di terracotta con storie di San Galgano: modelli per una commissione Chigi-Zondadari.

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La Biblioteca Comunale di Chiusdino, con il contributo dell’Unione dei Comuni della Val di Merse, sta procedendo in questi giorni, all’edizione di un volume che raccolga, accanto ai contributi presentati al convegno, anche l’imponente materiale artistico che è stato presentato in questa occasione.

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All’interno del seminario di studi, un interessante appuntamento è stato costituito anche dalla magistrale esecuzione degl’inni dell’ufficio liturgico di San Galgano in forma di concerto per voci ed organo, da parte degl’allievi della scuola di canto gregoriano della parrocchia di San Bartolomeo a Ulignano, diretto dal Maestro Alessio Cervelli

Ecco, vi annunzio una grande gioia (Bollettino 2013)

omelia della Messa della notte di Natale di Sua Eminenza Reverendissima il Signor

Cardinale Giacomo Biffi

Arcivescovo emerito di Bologna

Madonna-BambinoDavvero santa è questa notte, che dall’eternità è stata scelta per dare inizio alla redenzione del mondo; santa, anche perché è irrevocabilmente segnata dalle sorprese divine e da un nuovo fiorire delle speranze umane.

Anche noi come i pastori – dopo che l’inattesa voce dal cielo li aveva destati – non ci siamo lasciati dominare dal sonno, e ci siamo detti: “Andiamo …, vediamo questo avvenimento che il Signore ci ha fatto conoscere”. E siamo venuti a questo rito notturno per contemplare più da vicino – e assimilare un po’ di più nella vita del nostro spirito – la realtà misteriosa che ha colmato di sé l’intera storia umana: la realtà di un Dio che è entrato nella nostra vicenda e si è fatto uno di noi.
L’Unigenito del Padre, il Verbo consostanziale con lui, nella nostra vicenda è entrato, per così dire, in punta di piedi, come del resto era stato previsto da un antico testo ispirato: “Mentre un profondo silenzio avvolgeva tutte le cose – così era scritto – e la notte era a metà del suo corso, la tua Parola onnipotente scese dal cielo, tuo trono regale”.

Chi si aspettava che la salvezza di Dio arrivasse con una manifestazione di potenza e fragore, ha dovuto disilludersi e imparare che le scelte di colui che è il Trascendente sono diverse e lontane dalle vie pensate e vagheggiate dagli uomini.

Chi invece – avendo un cuore senza complicazioni e senza pretese – cullava solo la speranza che l’iniziativa divina regalasse un po’ di gioia ai tribolati figli di Adamo, è stato subito accontentato. “Ecco vi annunzio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo”: un annunzio di gioia è appunto la prima parola angelica risonata a Betlemme.

È, come si vede, una gioia discesa dall’alto, che da quella notte fatidica sulla terra non si è spenta più; e noi in quest’ora magica e in questo suggestivo tempo natalizio che ogni anno sembra quasi ridonarci una lontana innocenza, questa gioia la risentiamo zampillare più vivida nelle nostre coscienze, e vincere l’ottusità e la dissipazione che ci insidiano magari per dodici mesi.

Una gioia, ha detto l’angelo, “che sarà di tutto il popolo”: non dunque riservata ai soliti privilegiati dalla ricchezza, dal potere, dalla cultura, dalla notorietà. Una gioia “democratica”, verrebbe fatto di dire, destinata a tutti, alla quale casomai si aprono più facilmente gli animi dei semplici e dei poveri. E noi tra i semplici e i poveri in spirito ci sforzeremo in questo Natale di collocarci.

Qual è la ragione di tanta gioia?

Noi ci rallegriamo perché l’Eterno, l’Onnipotente, l’Onnisciente, è diventato uno di noi. E dal momento che lui è stato aggregato alla nostra famiglia, noi abbiamo avuto la facoltà di entrare a far parte della sua: “Venne fra la sua gente – sta scritto – e a quanti l’hanno accolto ha dato il potere di diventare figli di Dio”.

Colui che è eterno nasce nel tempo e comincia a contare i suoi anni, come li contiamo noi.
Colui che è onnipotente inizia come tutti i neonati ad aver bisogno di tutto: del latte materno, delle fasce, di un po’ di calore.

Colui che è onnisciente si sobbarcherà, come noi, alla fatica di imparare: imparare a parlare dalle labbra della sua mamma, imparare a lavorare nella bottega di Giuseppe, imparare a pregare e ad ascoltare le Sante Scritture nelle riunioni al sabato della sinagoga.

Sembra una favola ed è la più vera e la più concreta delle realtà effettuali. Del resto, nessuna fantasia di poeta, nessun ardimento di pensatore o di mistico, avrebbe mai saputo nemmeno immaginare un’avventura così umile e così alta, così stupefacente e così consolante, come quella che ha escogitato e attuato l’amore misericordioso di Dio per le sue creature. L’imparagonabile bellezza di questa notizia – che stanotte brilla davanti ai nostri occhi di nuova luce e di nuova allegrezza – è da sé sola un indubbio segno della sua autenticità.Natale

Con questo annuncio di gioia la nostra esistenza principia ad avere esperienza e a godere di qualcosa di nuovo.

Dopo il Natale, il nostro vivere non è più un vagare nel buio e in una inquietante perplessità, ma è un avanzare nella luce verso una mèta sicura. Colui che è nato a Betlemme così ci dice a buon diritto di sé: “Io sono la luce del mondo; chi segue me non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita”. L’eccezionale splendore, di cui si rivestono in questi giorni le nostre strade, è l’evocazione oggettiva, anche quando è inconsapevole e ignara, di questo gratificante convincimento delle genti che hanno la fortuna di celebrare il Natale.

Dopo che il Figlio di Dio, è venuto a condividere con noi l’enigma della sofferenza e l’ha impreziosito finalizzandolo all’espiazione di ogni colpa e alla rinascita di ogni valore, qualsivoglia dolore che dobbiamo affrontare, se riusciamo a vederlo con gli occhi della fede, non appare più solitario e crudele, perché lo sappiamo consonante con un disegno superiore di riscatto e di felicità senza eclissi.

Da quando col Natale ci è stato rivelato che nel segreto della Divinità c’è ormai qualcuno che non solo è il Signore dell’universo, ma è anche nostro fratello, partecipe dunque di tutta la nostra umanità, noi siamo certi che ogni nostra invocazione, ogni nostra supplica, ogni effusione del nostro cuore in pena, trova infallibilmente ascolto ed esaudimento presso il Padre della luce e il Datore di ogni regalo dall’alto e di ogni dono perfetto.

Preghiera a Maria SS.ma Regina pronunciata dal Ven.le Servo di Dio Papa Pio XII il 1° novembre 1954 (Bollettino 2013)

Preghiera a Maria SS.ma Regina

pronunciata dal Ven.le Servo di Dio Papa Pio XII il 1° novembre 1954

ReginaDal profondo di questa terra di lacrime, ove la umanità dolorante penosamente si trascina; tra i flutti di questo nostro mare perennemente agitato dai venti delle passioni; eleviamo gli occhi a Voi, o Maria, Madre amatissima, per riconfortarci contemplando la Vostra gloria, e per salutarVi Regina e Signora dei cieli e della terra, Regina e Signora nostra.

Questa Vostra regalità vogliamo esaltare con legittimo orgoglio di figli e riconoscerla come dovuta alla somma eccellenza di tutto il Vostro essere, o dolcissima e vera Madre di Colui, che è Re per diritto proprio, per eredità, per conquista.

Regnate, o Madre e Signora, mostrandoci il cammino della santità, dirigendoci e assistendoci, affinché non ce ne allontaniamo giammai.

Come nell’alto del cielo Voi esercitate il Vostro primato sopra le schiere degli Angeli, che Vi acclamano loro Sovrana; sopra le legioni dei Santi, che si dilettano nella contemplazione della Vostra fulgida bellezza; così regnate sopra l’intero genere umano, soprattutto aprendo i sentieri della fede a quanti ancora non conoscono il Vostro Figlio.

Regnate sulla Chiesa, che professa e festeggia il Vostro soave dominio e a Voi ricorre come a sicuro rifugio in mezzo alle calamità dei nostri tempi. Ma specialmente regnate su quella porzione della Chiesa, che è perseguitata ed oppressa, dandole la fortezza per sopportare le avversità, la costanza per non piegarsi sotto le ingiuste pressioni, la luce per non cadere nelle insidie nemiche, la fermezza per resistere agli attacchi palesi, e in ogni momento la incrollabile fedeltà al Vostro Regno.

Regnate sulle intelligenze, affinché cerchino soltanto il vero; sulle volontà, affinché seguano solamente il bene; sui cuori, affinché amino unicamente ciò che Voi stessa amate.

Regnate sugl’individui e sulle famiglie, come sulle società e le nazioni; sulle assemblee dei potenti, sui consigli dei savi, come sulle semplici aspirazioni degli umili.

Regnate nelle vie e nelle piazze, nelle città e nei villaggi, nelle valli e nei monti, nell’aria, nella terra e nel mare e accogliete la pia preghiera di quanti sanno che il Vostro è regno di misericordia, ove ogni supplica trova ascolto, ogni dolore conforto, ogni sventura sollievo, ogni infermità salute, e dove, quasi al cenno delle Vostre soavissime mani, dalla stessa morte risorge sorridente la vita.

Otteneteci che coloro, i quali ora in tutte le parti del mondo Vi acclamano e Vi riconoscono Regina e Signora, possano un giorno nel cielo fruire della pienezza del Vostro Regno, nella visione del Vostro Figlio, il quale col Padre e con lo Spirito Santo vive e regna nei secoli dei secoli. Così sia!

La successione apostolica

La successione apostolica

Cari fratelli e sorelle,

nelle ultime due udienze abbiamo meditato su che cosa sia la Tradizione nella Chiesa e abbiamo visto che essa è la presenza permanente della parola e della vita di Gesù nel suo popolo. Ma la parola, per essere presente, ha bisogno di una persona, di un testimone. E così nasce questa reciprocità: da una parte, la parola ha bisogno della persona, ma, dall’altra, la persona, il testimone, è legato alla parola che a lui è affidata e non da lui inventata. Questa reciprocità tra contenuto – parola di Dio, vita del Signore – e persona che la porta avanti è caratteristica della struttura della Chiesa, e oggi vogliamo meditare questo aspetto personale della Chiesa.

Il Signore lo aveva iniziato convocando, come abbiamo visto, i Dodici, nei quali era rappresentato il futuro Popolo di Dio. Nella fedeltà al mandato ricevuto dal Signore, i Dodici dapprima, dopo la sua Ascensione, integrano il loro numero con l’elezione di Mattia al posto di Giuda (cfr At 1,15-26), quindi associano progressivamente altri nelle funzioni loro affidate, perché continuino il loro ministero. Il Risorto stesso chiama Paolo (cfr Gal 1,1), ma Paolo, pur chiamato dal Signore come Apostolo, confronta il suo Vangelo con il Vangelo dei Dodici (cfr ivi 1,18), si preoccupa di trasmettere ciò che ha ricevuto (cfr 1 Cor 11,23; 15,3-4) e nella distribuzione dei compiti missionari viene associato agli Apostoli, insieme con altri, per esempio con Barnaba (cfr Gal 2,9). Come all’inizio della condizione di apostolo c’è una chiamata ed un invio del Risorto, così la successiva chiamata ed invio di altri avverrà, nella forza dello Spirito, ad opera di chi è già costituito nel ministero apostolico. E’ questa la via per la quale continuerà tale ministero, che poi, cominciando dalla seconda generazione, si chiamerà ministero episcopale, “episcopé”.

Forse è utile spiegare brevemente che cosa vuol dire vescovo. E’ la forma italiana della parola greca “epíscopos”. Questa parola indica uno che ha una visione dall’alto, uno che guarda con il cuore. Così san Pietro stesso, nella sua prima Lettera, chiama il Signore Gesù “pastore e guardiano delle vostre anime” (2,25). E secondo questo modello del Signore, che è il primo vescovo, guardiano e pastore delle anime, i successori degli Apostoli si sono poi chiamati vescovi, “epíscopoi”. E’ loro affidata la funzione dell’“episcopé”. Questa precisa funzione del vescovo si evolverà progressivamente, rispetto agli inizi, fino ad assumere la forma – già chiaramente attestata in Ignazio di Antiochia agli inizi del II secolo (cfr Ad Magnesios, 6,1: PG 5,668) – del triplice ufficio di vescovo, presbitero e diacono. E’ uno sviluppo guidato dallo Spirito di Dio, che assiste la Chiesa nel discernimento delle forme autentiche della successione apostolica, sempre meglio definite tra una pluralità di esperienze e di forme carismatiche e ministeriali, presenti nelle comunità delle origini.

Così, la successione nella funzione episcopale si presenta come continuità del ministero apostolico, garanzia della perseveranza nella Tradizione apostolica, parola e vita, affidataci dal Signore. Il legame fra il Collegio dei Vescovi e la comunità originaria degli Apostoli è inteso innanzitutto nella linea della continuità storica. Come abbiamo visto, ai Dodici viene associato prima Mattia, poi Paolo, poi Barnaba, poi altri, fino alla formazione, nella seconda e terza generazione, del ministero del vescovo. Quindi la continuità si esprime in questa catena storica. E nella continuità della successione sta la garanzia del perseverare, nella comunità ecclesiale, del Collegio apostolico raccolto intorno a sé da Cristo. Ma questa continuità, che vediamo prima nella continuità storica dei ministri, è da intendere anche in senso spirituale, perché la successione apostolica nel ministero viene considerata come luogo privilegiato dell’azione e della trasmissione dello Spirito Santo. Una chiara eco di queste convinzioni la si ha, ad esempio, nel seguente testo di Ireneo di Lione (seconda metà del II sec.): “La tradizione degli Apostoli, manifesta in tutto quanto il mondo, si mostra in ogni Chiesa a tutti coloro che vogliono vedere la verità e noi possiamo enumerare i vescovi stabiliti dagli Apostoli nelle Chiese e i loro successori fino a noi… (Gli Apostoli) vollero infatti che fossero assolutamente perfetti e irreprensibili in tutto coloro che lasciavano come successori, trasmettendo loro la propria missione di insegnamento. Se essi avessero capito correttamente, ne avrebbero ricavato grande profitto; se invece fossero falliti, ne avrebbero ricavato un danno grandissimo” (Adversus haereses, III, 3,1: PG 7,848).

Ireneo, poi, indicando qui questa rete della successione apostolica come garanzia del perseverare nella parola del Signore, si concentra su quella Chiesa “somma ed antichissima ed a tutti nota” che è stata “fondata e costituita in Roma dai gloriosissimi Apostoli Pietro e Paolo”, dando rilievo alla Tradizione della fede, che in essa giunge fino a noi dagli Apostoli mediante le successioni dei vescovi. In tal modo, per Ireneo e per la Chiesa universale, la successione episcopale della Chiesa di Roma diviene il segno, il criterio e la garanzia della trasmissione ininterrotta della fede apostolica: “A questa Chiesa, per la sua peculiare principalità (propter potiorem principalitatem), è necessario che convenga ogni Chiesa, cioè i fedeli dovunque sparsi, poiché in essa la tradizione degli Apostoli è stata sempre conservata…” (Adversus haereses, III, 3, 2: PG 7,848). La successione apostolica – verificata sulla base della comunione con quella della Chiesa di Roma – è dunque il criterio della permanenza delle singole Chiese nella Tradizione della comune fede apostolica, che attraverso questo canale è potuta giungere fino a noi dalle origini: “Con questo ordine e con questa successione è giunta fino a noi la tradizione che è nella Chiesa a partire dagli Apostoli e la predicazione della verità. E questa è la prova più completa che una e medesima è la fede vivificante degli Apostoli, che è stata conservata e trasmessa nella verità” (ib., III, 3, 3: PG 7,851).

Secondo queste testimonianze della Chiesa antica, l’apostolicità della comunione ecclesiale consiste nella fedeltà all’insegnamento e alla prassi degli Apostoli, attraverso i quali viene assicurato il legame storico e spirituale della Chiesa con Cristo. La successione apostolica del ministero episcopale è la via che garantisce la fedele trasmissione della testimonianza apostolica. Quello che rappresentano gli Apostoli nel rapporto fra il Signore Gesù e la Chiesa delle origini, lo rappresenta analogamente la successione ministeriale nel rapporto fra la Chiesa delle origini e la Chiesa attuale. Non è una semplice concatenazione materiale; è piuttosto lo strumento storico di cui si serve lo Spirito per rendere presente il Signore Gesù, Capo del suo popolo, attraverso quanti sono ordinati per il ministero attraverso l’imposizione delle mani e la preghiera dei vescovi. Mediante la successione apostolica è allora Cristo che ci raggiunge: nella parola degli Apostoli e dei loro successori è Lui a parlarci; mediante le loro mani è Lui che agisce nei sacramenti; nel loro sguardo è il suo sguardo che ci avvolge e ci fa sentire amati, accolti nel cuore di Dio. E anche oggi, come all’inizio, Cristo stesso è il vero pastore e guardiano delle nostre anime, che noi seguiamo con grande fiducia, gratitudine e gioia.

Benedetto XVI P.P.

Qual è la vera Fede Cattolica? (Bollettino 2/2012)

Qual è la vera Fede Cattolica?

librognerrePapa Benedetto XVI ha indetto l’Anno della Fede invitando tutti i cattolici ad approfondire il Credo.

Non è un caso che il Papa abbia scelto per l’Anno della Fede due anniversari: il ventesimo del Catechismo della Chiesa Cattolica e soprattutto il cinquantesimo dell’inizio del Concilio Vaticano II. Il legame c’è. Paolo VI affermò:“Si credeva che dopo il Concilio sarebbe venuta una giornata di sole per la storia della Chiesa. E’ venuta invece una giornata di nuvole, di tempesta, di buio”; anche recentemente Benedetto XVI, proprio nel discorso che ha fatto a braccio salutando i giovani dell’Azione Cattolica riuniti per ricordare con una fiaccolata il cinquantenario dell’inizio del Concilio, ha ribadito quanto siano state disattese le speranze dei padri conciliari; e anche lui ha parlato del fatto che ci si attendeva una “primavera” e invece c’è stato un lungo “inverno”. Da qui la necessità di recuperare la Fede. Il ventesimo anniversario del Catechismo della Chiesa Cattolica si offre bene come monito per riprendere il catechismo, dal momento che si è diffuso tra i cattolici un evidente analfabetismo religioso.

Dunque, la necessità di impegnarsi nello studio della Dottrina e anche, ovviamente, di impegnarsi per la sua diffusione. Ma in questa evidente crisi della Fede, non vi è solo l’ignoranza dei contenuti dottrinali, vi è anche qualcos’altro che fa da premessa a tutto, ovvero la non conoscenza di cosa sia davvero la Fede cattolica. Cioè cosa è davvero l’Atto di Fede. Se, cioè, la Fede cattolica ha una sua peculiarità o può essere confusa con altri concetti di fede.

Ebbene, è uscito in questi giorni un agile libro – appena 72 pagine – che ha come significativo titolo una domanda la cui risposta non può essere data per scontata: Qual è la vera fede cattolica? Il libro è edito dalla veronese Fede & Cultura; l’autore è Corrado Gnerre, docente di Antropologia Filosofica all’Università Europea di Roma e di Storia delle Religioni e di Storia della Filosofia presso l’Istituto Superiore di Scienze Religiose di Benevento.

In questo libro, Gnerre precisa, con linguaggio semplice e adatto ad ogni tipo di lettore, in cosa consista l’originalità e l’essenza del concetto cattolico di Fede. Egli tiene a smontare due errori: la fede come semplice esperienza e la fede come esclusivo atto intellettuale, che Gnerre chiama più semplicemente: fede-esperienza e fede-intellettuale. La risposta a questi due errori consiste, secondo Gnerre, nel recuperare il tradizionale concetto di fede cattolica, la fede come assenso dell’intelletto alle verità rivelate. Questa tradizionale definizione è perfettamente corrispondente ad una possibile recente definizione, già data dall’allora cardinale Ratzinger: intelligenza della fede. Dunque, né fede-esperienza né fede-intellettuale, ma intelligenza della fede. Nella fede cattolica bisogna recuperare la successione logica intelletto-esperienza, nel senso che è sempre la verità che giudica l’esperienza non viceversa. D’altronde quanti danni fa un concetto di fede incentrato solo sull’esperienza, dove cioè l’esperienza diviene il criterio della fede stessa. Se  dico: sono cristiano perché mi sento felice di esserlo, come faccio a rispondere se un appartenente di un’altra religione mi dice la stessa cosa, e cioè che anche lui è felice di essere un non cristiano? Ovviamente non si può nemmeno cadere nell’errore opposto, cioè fare dell’intelletto il tutto della fede. Se fosse così, Lucifero che conosce molto più di ognuno di noi, avrebbe una grande fede … e invece è nel profondo dell’inferno. La vera fede è, prima, esercizio dell’intelligenza, poi affidamento, affidamento come esito dell’esercizio dell’intelligenza: intelligenza della fede, per l’appunto.

Corrado Gnerre, Qual è la vera Fede cattolica? Ed. Fede & Cultura, pagg. 72, euro 8,00