In breve (Bollettino 2/2009)

Festa della Madonna del Buon Consiglio a Frosini

Domenica 26 Aprile, in occasione della festa della Madonna del Buon Consiglio, cui è intitolata la chiesa arcipretura di Frosini, rispondendo ad un invito ormai piacevolmente consueto dei fedeli di Frosini, molti fra i Confratelli e le Consorelle dell’Inclita ed Insigne Compagnia di San Galgano, hanno partecipato alla Santa Messa in quella parrocchia. La Santa Messa è stata celebrata dai Reverendi Sacerdoti don Pamphile Masuangi Longo, Amministratore parrocchiale di Montalcinello e di Frosini, e don Vito Nicola Albergo, Proposto di Chiusdino e Correttore della nostra Compagnia.

Festa di Santa Rita da Cascia nell’oratorio della Compagnia di San Galgano

Il 22 maggio il Rev. Proposto di Chiusdino e Correttore della nostra Compagnia, don Vito Nicola Albergo, ha celebrato, come di consueto, la Messa nel nostro oratorio in onore di Santa Rita da Cascia, di cui custodiamo la statua, con la consueta benedizione delle rose. Alla cara santa umbra, invocata come risolutrice dei casi impossibili, era già stato dedicato un altare nella prepositura di San Michele a Chiusdino; nel 1969 l’altare fu demolito e per il simulacro di Santa Rita iniziò un lungo peregrinare, fra una cappella e l’altra del paese (per un breve periodo fu collocata anche nella cappella del cimitero). Nel 1993, compiendosi i restauri dell’oratorio della Compagnia di San Galgano, essa ha trovato finalmente la sua speriamo definitiva collocazione.

Le elezioni amministrative nel Comune di Chiusdino

Il 6 giugno si sono svolte a Chiusdino le elezioni per il rinnovo dell’amministrazione comunale. Questi i nomi degli eletti:

per il Centrosinistra per Chiusdino: Ivano Minocci; Luciana Bartaletti; Rossano Bianchi; Pier Ugo Capanni; Michela Da Frassini; Andrea Da Frassini; Maurizio Giovani; Sebastiano Lai; Silvio Venturini;

per il Popolo della Libertà: Michele Commare; Francesca Grotti; Daniele Costantini;

per il Partito della Rifondazione Comunista: Paola Nardoni.

Nuovo Sindaco del Comune di Chiusdino è il Signor Ivano Minocci; la Giunta Comunale, oltre che dal Sindaco, risulta così composta: Luciana Bartaletti (Vice-Sindaco); Carla Simonetti; Mauro Pratelli; Giulia Pallini.

A tutti gli eletti ed ai nuovi amministratori, vadano i migliori auguri di buon lavoro da parte del Priore Generale, dei Confratelli e delle Consorelle dell’Inclita ed Insigne Compagnia di San Galgano.

Illustri confratelli: S.E. il Card. Bichi (Bollettino 2/2009

Il Cardinale Carlo Bichi (Siena 1638 – Roma 1718)

CarloBichiL’Inclito ed Insigne Collegio o Compagnia di San Galgano, per i chiusdinesi semplicemente “la Compagnia”, lungo i suoi otto secoli di vita ha annoverato fra i suoi membri anche alcune illustri personalità dell’aristocrazia e delle alte gerarchie ecclesiastiche che ci sembra opportuno ricordare nelle pagine del nostro notiziario. Iniziamo con questo numero a pubblicazione di alcune notizie su di essi.

Il primo di cui ci occuperemo è un confratello vissuto fra il Seicento ed il Settecento: il Cardinale Carlo Bichi.

Carlo Bichi nacque a Siena il 6 Maggio 1638, da Galgano Bichi, marchese di Roccalbegna e di Vallerone, e pure lui confratello della Compagnia di San Galgano, e da Donna Girolama Piccolomini, entrambi appartenenti ad antichissime e nobilissime famiglie.

L’appartenenza ad una delle famiglie dell’antica aristocrazia senese, permise al Bichi l’accesso nell’Ordine dei Cavalieri dell’Ospedale di San Giovanni (L’Ordine di Malta), fino a che Papa Alessandro VII, anche lui senese, non lo nominò Prelato Domestico dando così inizio ad una brillante carriera ecclesiastica.

In seguito il Bichi il 10 Giugno 1661 fu nominato Vicelegato a Bologna.

Referendario del Tribunale della Segnatura Apostolica, Inquisitore a Malta; Luogotenente Generale nelle galere pontificie a Candia, Abate di Monmajour-lès-Arlès, in Provenza, Vicelegato in Romagna nel 1664, di nuovo nel 1666 e nel 1667. Il 2 dicembre 1669 fu nominato Chierico della Camera Apostolica. Fu Votante nel Tribunale della Segnatura Apostolica.

Nel 1675 fu nominato Presidente delle Ripe, cioè dei porti di Roma; fra il 1680 ed il 1681 fu Presidente della Zecca fra e nel 1687 Uditore Generale della Camera Apostolica.

Nel concistoro del 13 Febbraio 1690 Papa Alessandro VIII lo creò Cardinale di Santa Romana Chiesa ed il 10 aprile dello stesso anno gli conferì la diaconia di Santa Maria in Cosmedin.

La cerimonia con la quale il Sommo Pontefice consegnò la berretta cardinalizia al Bichi, è immortalata in una tela di Francesco Nasini che attualmente si trova in una delle sale dell’Archivio di Stato di Siena. Il 22 Dicembre del 1693 fu trasferito alla diaconia di Sant’Agata in Suburra.

Al 1693 risale la prima notizia relativa alla sua adesione all’Inclito ed Insigne Collegio o Compagnia di San Galgano, quale “confratello soprannumerario”, ma in realtà non sappiamo quando sia avvenuta la sua adesione alla confraternita: il nome di questo eminentissimo Principe della Chiesa si trova in un lungo elenco di confratelli (E precisamente fra quello di Bartolommeo Politi e di Dionisio Masserizzi, entrambi chiusdinesi), nel secondo volume della “Selva di San Galgano”, un insieme di documenti conservati nell’Archivio di Stato di Firenze. In quanto Cardinale, il Bichi partecipò a due conclavi, quello del 1691, che elesse Papa innocenzo XII, e quello del 1700, dal quale uscì eletto Papa Clemente XI. Il Cardinale Carlo Bichi morì ottantenne il 7 Novembre 1718 a mezzogiorno e un quarto, nel suo palazzo vicino alla chiesa di Sant’Andrea della Valle: il cadavere fu esposto per l’omaggio dei fedeli nella chiesa di Santa Maria sopra Minerva ed il solenne funerale fu celebrato il 10 Novembre successivo; nel pomeriggio di quello stesso giorno le spoglie furono trasferite nella chiesa di Sant’Agata in Suburra e seppellite nell’abside di quella chiesa, come era diritto del Cardinale e probabilmente suo desiderio.

Lotharius

LA PAROLA DI PIETRO (Bollettino 2/2009)

Omelia della Santità di Nostro Signore il Sommo Pontefice Benedetto XVI per la Santa Messa nella Solennità del Corpus Domini Arcibasilica di San Giovanni in Laterano a Roma l’11 Giugno 2009

BenedettoXVI“Questo è il mio corpo, questo è il mio sangue”; cari fratelli e sorelle, queste parole che Gesù pronunciò nell’Ultima Cena, vengono ripetute ogni volta che si rinnova il Sacrificio eucaristico.

Le abbiamo ascoltate poco fa nel Vangelo di Marco e risuonano con singolare potenza evocativa quest’oggi, solennità del Corpus Domini.

Esse ci conducono idealmente nel Cenacolo, ci fanno rivivere il clima spirituale di quella notte quando, celebrando la Pasqua con i suoi, il Signore nel mistero anticipò il sacrificio che si sarebbe consumato il giorno dopo sulla croce.

L’istituzione dell’Eucaristia ci appare così come anticipazione e accettazione da parte di Gesù della sua morte. Scrive in proposito Sant’Efrem Siro: “Durante la cena Gesù immolò sestesso; sulla croce Egli fu immolato dagli altri”.“Questo è il mio sangue”.

Chiaro è qui il riferimento al linguaggio sacrificale di Israele: Gesù presenta se stesso come il vero e definitivo sacrificio, nel quale si realizza l’espiazione dei peccati che, nei riti dell’Antico Testamento, non era mai stata totalmente compiuta.

A questa espressione ne seguono altre due molto significative. Innanzitutto, Gesù Cristo dice che il suo sangue “è versato per molti” con un comprensibile riferimento ai canti del Servo di Dio, che si trovano nel libro di Isaia.

Con l’aggiunta “sangue dell’alleanza”, Gesù rende inoltre manifesto che, grazie alla sua morte, si realizza la profezia della nuova alleanza fondata sulla fedeltà e sull’amore infinito del Figlio fattosi uomo, un’alleanza perciò più forte di tutti i peccati dell’umanità.

L’antica alleanza era stata sancita sul Sinai con un rito sacrificale di animali, come abbiamo ascoltato nella prima lettura, e il popolo eletto, liberato dalla schiavitù dell’Egitto, aveva promesso di eseguire tutti i comandamenti dati dal Signore. In verità, Israele sin da subito, con la costruzione del vitello d’oro, si mostrò incapace di mantenersi fedele a questa promessa e così al patto intervenuto, che anzi in seguito trasgredì molto spesso, adattando al suo cuore di pietra la Legge che avrebbe dovuto insegnargli la via della vita.

Il Signore però non venne meno alla sua promessa e, attraverso i profeti, si preoccupò di richiamare la dimensione interiore dell’alleanza, ed annunciò che ne avrebbe scritta una nuova nei cuori dei suoi fedeli, trasformandoli con il dono dello Spirito.

E fu durante l’Ultima Cena che strinse con i discepoli e con l’umanità questa nuova alleanza, confermandola non con sacrifici di animali come avveniva in passato, bensì con il suo sangue, divenuto “sangue della nuova alleanza”.

La fondò quindi sulla propria obbedienza, più forte, come ho detto, di tutti i nostri peccati.

Questo viene ben evidenziato nella seconda lettura, tratta dalla Lettera agli Ebrei, dove l’autore sacro dichiara che Gesù è “mediatore di una alleanza nuova”. Lo è diventato grazie al suo sangue o, più esattamente, grazie al dono di se stesso, che dà pieno valore allo spargimento del suo sangue.

Sulla croce, Gesù è al tempo stesso vittima e sacerdote: vittima degna di Dio perché senza macchia, e sommo sacerdote che offre se stesso, sotto l’impulso dello Spirito Santo, ed intercede per l’intera umanità. La Croce è pertanto mistero di amore e di salvezza, che ci purifica – come dice la Lettera agli Ebrei – dalle “opere morte”, cioè dai peccati, e ci santifica scolpendo l’alleanza nuova nel nostro cuore; l’Eucaristia, rendendo presente il sacrificio della Croce, ci rende capaci di vivere fedelmente la comunione con Dio.

Cari fratelli e sorelle (Che saluto tutti con effetto ad iniziare dal Cardinale Vicario e dagli altri Cardinali e Vescovi presenti) come il popolo eletto riunito nell’assemblea del Sinai, anche noi questa sera vogliamo ribadire la nostra fedeltà al Signore. Qualche giorno fa, aprendo l’annuale convegno diocesano [di Roma], ho richiamato l’importanza di restare, come Chiesa, in ascolto della Parola di Dio nella preghiera e scrutando le Scritture, specialmente con la pratica della lectio divina, cioè della lettura meditata e adorante della Bibbia.

So che tante iniziative sono state promosse al riguardo nelle parrocchie, nei seminari, nelle comunità religiose, all’interno delle confraternite, delle associazioni e dei movimenti apostolici, che arricchiscono la nostra comunità diocesana. Ai membri di questi molteplici organismi ecclesiali rivolgo il mio fraterno saluto.

La vostra numerosa presenza a questa celebrazione, cari amici, pone in luce che la nostra comunità, caratterizzata da una pluralità di culture e di esperienze diverse, Dio la plasma come “suo” popolo, come l’unico Corpo di Cristo, grazie alla nostra sincera partecipazione alla duplice mensa della Parola e dell’Eucaristia. Nutriti di Cristo, noi, suoi discepoli, riceviamo la missione di essere “l’anima” di questa nostra città, fermento di rinnovamento, pane “spezzato” per tutti, soprattutto per coloro che versano in situazioni di disagio, di povertà e di sofferenza fisica e spirituale. Diventiamo testimoni del suo amore.

Mi rivolgo particolarmente a voi, cari sacerdoti, che Cristo ha scelto perché insieme a Lui possiate vivere la vostra vita quale sacrificio di lode per la salvezza del mondo. Solo dall’unione con Gesù potete trarre quella fecondità spirituale che è generatrice di speranza nel vostro ministero pastorale. Ricorda San Leone Magno che “la nostra partecipazione al corpo e al sangue di Cristo non tende a nient’altro che a diventare ciò che riceviamo”.

Se questo è vero per ogni cristiano, lo è a maggior ragione per noi sacerdoti. Divenire Eucaristia!

Sia proprio questo il nostro costante desiderio e impegno, perché all’offerta del corpo e del sangue del Signore che facciamo sull’altare, si accompagni il sacrificio della nostra esistenza.

Ogni giorno, attingiamo dal Corpo e Sangue del Signore quell’amore libero e puro che ci rende degni ministri del Cristo e testimoni della sua gioia.

E’ ciò che i fedeli attendono dal sacerdote: l’esempio cioè di una autentica devozione per l’Eucaristia; amano vederlo trascorrere lunghe pause di silenzio e di adorazione dinanzi a Gesù come faceva il santo Curato d’Ars, che ricorderemo in modo particolare durante l’ormai imminente Anno Sacerdotale. San Giovanni Maria Vianney amava dire ai suoi parrocchiani: “Venite alla comunione…E’ vero che non ne siete degni, ma ne avete bisogno”.

Con la consapevolezza di essere inadeguati a causa dei peccati, ma bisognosi di nutrirci dell’amore che il Signore ci offre nel sacramento eucaristico, rinnoviamo questa sera la nostra fede nella reale presenza di Cristo nell’Eucaristia.

Non bisogna dare per scontata questa fede!

C’è oggi il rischio di una secolarizzazione strisciante anche all’interno della Chiesa, che può tradursi in un culto eucaristico formale e vuoto, in celebrazioni prive di quella partecipazione del cuore che si esprime in venerazione e rispetto per la liturgia.

E’ sempre forte la tentazione di ridurre la preghiera a momenti superficiali e frettolosi, lasciandosi sopraffare dalle attività e dalle preoccupazioni terrene.

Quando tra poco ripeteremo il Padre Nostro, la preghiera per eccellenza, diremo: “Dacci oggi il nostro pane quotidiano”, pensando naturalmente al pane d’ogni giorno per noi e per tutti gli uomini. Questa domanda, però, contiene qualcosa di più profondo. Il termine greco epioúsios, che traduciamo con “quotidiano”, potrebbe alludere anche al pane “soprasostanziale”, al pane “del mondo a venire”.

Alcuni Padri della Chiesa hanno visto qui un riferimento all’Eucaristia, il pane della vita eterna, del nuovo mondo, che ci è dato già oggi nella Santa Messa, affinché sin da ora il mondo futuro abbia inizio in noi. Con l’Eucaristia dunque il cielo viene sulla terra, il domani di Dio si cala nel presente e il tempo è come abbracciato dall’eternità divina. Cari fratelli e sorelle, come ogni anno, al termine della Santa Messa, si snoderà la tradizionale processione eucaristica ed eleveremo, con le preghiere e i canti, una corale implorazione al Signore presente nell’ostia consacrata. Gli diremo a nome dell’intera Città: Resta con noi Gesù, facci dono di te e dacci il pane che ci nutre per la vita eterna! Libera questo mondo dal veleno del male, della violenza e dell’odio che inquina le coscienze, purificalo con la potenza del tuo amore misericordioso. E tu, Maria, che sei stata donna “eucaristica” in tutta la tua vita, aiutaci a camminare uniti verso la meta celeste, nutriti dal Corpo e dal Sangue di Cristo, pane di vita eterna e farmaco dell’immortalità divina.

Amen!

Benedetto P. P. XVI

Pellegrinaggio dell’Ordine Costantiniano a San Galgano (Bollettino 2/2009)

SMOCSG1Domenica 24 maggio la delegazione della Toscana del Sacro Militare Ordine Costantiniano di San Giorgio ha reso omaggio al nostro glorioso concittadino e celeste patrono San Galgano, recandosi in pellegrinaggio all’eremo di Montesiepi. Il pellegrinaggio è stato guidato dal delegato dell’Ordine Costantiniano per la Toscana, Cavaliere di Giustizia Nobile don Ettore d’Alessandro dei Duchi di Pescolanciano.

È questa la seconda volta che i Cavalieri e le Dame dell’ordine Costantiniano rendono omaggio al nostro Santo: lo scorso anno, infatti, si tenne un analogo pellegrinaggio, cui seguì la presentazione del libro “La spada e la roccia. San Galgano, la storia, le leggende”, scritto dal nostro Priore Generale e dal Dott. Mario Arturo Iannaccone.

Quest’anno i Cavalieri toscani si sono dati appuntamento al mattino nell’antica ex chiesa abbaziale, dove il Cappellano della Delegazione, don Rodolfo Rossi, del clero di Lucca, ha inaugurato la giornata con un momento di preghiera e di riflessione, incentrato sul passo della lettera di San Paolo agli Efesini nel quale l’Apostolo delle Genti descrive la militanza cristiana con i simboli della cavalleria.

Al termine del rito sono stati benedetti due nuovi cavalieri, il Signor Nicola Marianetti, di Lucca e soprattutto – e di ciò tutti ne siamo legittimamente orgogliosi – il Signor Alessio Tommasi Baldi, ovvero il nostro Cancelliere!

Successivamente i Cavalieri, preceduti dal vessillo della Delegazione, si sono recati processionalmente all’eremo di Montesiepi ove hanno partecipato alla Santa Messa parrocchiale, concelebrata dal Rev. don Vito Nicola Albergo, Prevosto di Chiusdino e Correttore della nostra Compagnia, e da don Rodolfo Rossi.

Nel pomeriggio, nella nuovissima sala delle conferenze della ex scuola media di Chiusdino, i Cavalieri hanno assistito ad una conferenza tenuta dal Cav. Prof. Luigi Borgia su “Ferdinando II di Borbone, Re delle Due Sicilie, Gran Maestro dell’ Ordine Costantiniano, a centocinquant’anni dalla morte”, che ha dottamente ricostruito, pur nella necessaria brevità imposta dalla circostanza, i quasi trent’anni di governo di un sovrano che si caratterizzò certamente per la tenace volontà di conservare l’indipendenza dei propri stati, e quindi per la resistenza ai moti di unificazione dell’Italia, ma anche per un grande sforzo di modernizzazione del proprio Paese, che fecero del Regno delle Due Sicilie, uno degli stati economicamente più potenti e più all’avanguardia nell’Europa dell’epoca.SMOCSG2

La nostra Inclita ed Insigne Confraternita ha omaggiato tutti i partecipanti di una riproduzione anastatica tirata su carta pergamenata, di un’incisione di Filippo Succhielli, del 1649, raffigurante San Galgano in preghiera.

Con l’ammissione del nostro Cancelliere, salgono a quattro i Confratelli della Compagnia di San Galgano che sono anche Cavalieri costantiniani: all’Ordine Costantiniano appartengono, infatti, anche lo stesso nostro Priore Generale, Prof. Andrea Conti, ed i Confratelli Prof. Filippo Carlo Coralli, di Prato, ed Avv. Dario de Letteriis, di San Severo, in provincia di Foggia.

Il Sacro Militare Ordine Costantiniano di San Giorgio è uno fra i più prestigiosi ordini cavallereschi del mondo, si ritiene, infatti, che sia stato fondato dallo stesso Imperatore Costantino il Grande all’indomani della celebre vittoria di Saxa Rubra, nel 312, quasi diciassette secoli fa, ciò ne farebbe la milizia cavalleresca più antica del mondo.

Nel 1190 l’Imperatore Romano d’Oriente Isacco II Flavio Angelo Comneno, discendente dalla stirpe di Costantino il Grande, lo rinnovò secondo i canoni degli ordini cavallereschi dell’epoca. Di padre in figlio, i Principi Flavio Angelo Comneno continuarono a creare Cavalieri dell’Ordine anche dopo la perdita del trono nel 1204 e la caduta dell’Impero Romano d’Oriente, avvenuta nel 1453. Nel 1697 Don Giovanni Andrea Flavio Angelo Comneno, Principe di Macedonia, Duca di Drivasto e Durazzo, ultimo della sua famiglia e senza discendenti né diretti né collaterali, cedette il Gran Magistero al Duca di Parma e Piacenza, Francesco Farnese; l’atto fu confermato sia dell’Imperatore Leopoldo I che dal Papa Innocenzo XII.

Poichè l’Ordine non è “statuale-territoriale” ma “familiare”, con l’estinzione della linea maschile dei Farnese, il Gran Magistero passò ai loro parenti più prossimi, i Borbone: Carlo di Borbone, figlio di Elisabetta Farnese e di Filippo V, Re di Spagna, futuro Re di Napoli e di Sicilia, ricevette il Gran Magistero nel 1731; da costui discende in linea diretta l’attuale Gran Maestro, Sua Altezza Reale il Principe Don Carlo di Borbone-Due Sicilie e Borbone-Parma, Duca di Calabria, Infante di Spagna e cugino primo del Re Juan Carlos di Spagna (Il padre del Principe e la madre del Re erano fratello e sorella).

L’Ordine Costantiniano, con l’approvazione pontificia e le numerose conferme di essa, acquisì i caratteri di un “Ordine cavalleresco religioso”: i Cavalieri cioè potevano pronunciare una “professione religiosa” nell’Ordine emettendo dei voti approvati dalla Chiesa, quali il voto di obbedienza, il voto di osservare i precetti della Chiesa Cattolica, il voto di difesa delle vedove, dei pupilli, delle persone miserabili, il voto di castità coniugale, il voto di umiltà, il voto di carità. Questa caratteristica fece ritenere l’Ordine Costantiniano un ordine religioso in senso lato ovvero non rigorosamente religioso, poiché gli ordini religiosi richiedevano, e richiedono, la professione dei tre consigli evangelici di castità, povertà, obbedienza.

Fino alla prima metà del secolo XX l’Ordine Costantiniano annoverava ancora Cavalieri professi che emettevano i voti sopra descritti, e in realtà la possibilità per il Cavaliere di emettere la propria professione nell’Ordine Costantiniano è ancor oggi garantita da provvedimenti pontifici mai revocati né contrastanti con altri successivi.

A tutt’oggi esso possiede i caratteri delle “persone giuridiche ecclesiastiche”, ovvero di un insieme sia di persone che di cose ordinate ad un fine corrispondente alla missione della Chiesa, che supera il fine dei singoli. L’Ordine ha, infatti, come suo principale scopo “la glorificazione della Croce, la propaganda della Fede, e la difesa della Santa Romana Chiesa”, ed impone ai suoi membri, Cavalieri e Dame “di vivere da perfetti cristiani” e di “associarsi a tutte quelle manifestazioni che concorrono all’incremento dei principi religiosi nelle masse e cooperare con tutti i mezzi perché si ridesti nella pratica la vita cristiana”, nonché di “di dare il suo maggior contributo di azione e attività alle due grandi opere eminentemente sociali dell’assistenza ospedaliera e della beneficenza” (Statuto, art. 1).

SMOCSG3Di questa milizia, riservata ai cattolici romani ed eccezionalmente a cristiani di altre confessioni, fanno parte un migliaio di membri appartenenti alle Case Reali, alle famiglie nobili di tutto il mondo o persone con altissime posizioni sociali.

La Santa Sede fino a tempi recenti ha assegnato all’Ordine un Cardinale “Protettore”.

Attualmente fanno parte dell’ordine vari Cardinali di Santa Romana Chiesa, fra cui Sua Eminenza Rev.ma il Cardinale Dario Castrillon Hoyos, che è l’attuale “Gran Priore”, con compiti di “soprintendenza spirituale dell’Ordine”.

Frater

Ricordo di Mons. Mazzinghi (Bollettino 2/2009)

Mons. Dante Mazzinghi, Proposto di Chiusdino, nel cinquantesimo anniversario della morte

mazzinghiI fedeli che domenica 17 maggio scorso hanno partecipato alla Santa Messa parrocchiale nel santuario della Madonna delle Grazie di Chiusdino, hanno saputo dal Proposto don Vito Nicola Albergo, che in questo anno 2009 si compiranno esattamente cinquanta anni dalla morte del Rev.mo Monsignor Dante Mazzinghi, che è stato Parroco Proposto della chiesa di San Michele Arcangelo in Chiusdino per trentotto anni, e cioè dal 1921 al 1959, appunto.

Ci sembra doveroso ricordare sulle pagine del nostro notiziario questa bella figura di sacerdote, che tanto si è prodigato per la nostra terra.

Monsignor Dante Mazzinghi nacque a Pomarance, in provincia di Pisa, ed in diocesi di Volterra, il 24 agosto 1885, da Alberto Mazzinghi e da Isola (o Isolina) Garfagnini.

Dopo aver compiuto gli studi nel seminario di Volterra, ricevette l’ordinazione sacerdotale il 14 agosto 1910 per l’imposizione delle mani di Sua Ecc. Rev.ma Mons. Emanuele Mignone, Vescovo diocesano.

Il giovane don Dante svolse i suoi primi incarichi dapprima come Cappellano (aiuto al Parroco) nella Pievania di Casale Marittimo (dal 1910 al ’14) e poi come Pievano della chiesa di San Donato a Serrazzano (dal 1914 al ’21).

Il 21 luglio 1921, il nuovo Vescovo, Sua Ecc. Mons. Raffaello Carlo Rossi, lo inviò a Chiusdino come “Economo spirituale”, una sorta di reggente della Parrocchia Prepositura, ed infine il 7 gennaio 1922 lo nominò Parroco Proposto e Vicario foraneo, in sostituzione di Mons. Giuseppe Bertucci che, per motivi di salute, aveva dovuto lasciare l’incarico e trasferirsi presso certi suoi nipoti a Grosseto, anche se, è giusto ricordarlo, fra questi due degni sacerdoti si colloca in realtà un breve intermezzo di appena un anno, in cui la parrocchia fu guidata da don Antonio Quagli.

Don Dante era accompagnato dalla zia paterna, Maria Gilda Mazzinghi, ricordata da tutti come donna di singolare pietà, che morì a Chiusdino. Qualche anno dopo si trasferirono in paese anche il padre, vedovo, con la seconda moglie, Vittoria Colerici, ricordata ancora come la sora Vittoria.

Al momento della sua nomina come Proposto di Chiusdino don Dante aveva solo trentasei anni.

Quando, ventiquattro anni dopo, nel 1945, egli ricevette il Vescovo di Volterra Sua Ecc. Mons. Antonio Bagnoli (si ricorderà che Chiusdino ha fatto parte dell’antichissima diocesi volterrana fino al 1953) che si portava nel paese in visita pastorale, l’ormai anziano sacerdote così presentò la sua cura all’illustre presule “La parrocchia di Chiusdino risente purtroppo gli effetti di un’antica e continua propaganda sovversiva. La terra è un po’ arida, il lavoro è duro. Il popolo accorre in gran numero alle funzioni, però nella massa manca l’anima cristiana.

Resta la devozione alla Madonna, cui i Chiusdinesi si sentono molto legati per l’Oratorio della Madonna delle Grazie”.

Ma questa “terra arida” don Dante l’aveva tanto amata, alla coltivazione di essa, senza mai volgersi indietro, aveva dedicato tanti anni della sua vita, ed ancora ne avrebbe dedicati, e noi crediamo che anche il suo lavoro sia stato “duro”, ma tuttavia gli permise di cogliere dei frutti insperati, come vedremo.

Il nome di Monsignor Mazzinghi è legato soprattutto all’istituzione della scuola materna: conscio che l’educazione dei fanciulli e dei giovani alla vita cristiana, fosse un dovere improcrastinabile, e che l’impronta di una vita di pietà e di carità dovesse essere impressa quanto più precocemente possibile, don Dante volle istituire nella sua parrocchia un asilo infantile.

Come sede fu scelta un locale a fianco della prepositura, una cappella già da tempo sconsacrata e trasformata in frantoio; il Conte Cesare Spalletti-Trivelli, di Frosini, e la Signora Virginia Masserizzi Forzinetti, di Varese, sostennero gran parte delle spese di adattamento dell’ambiente, ma i chiusdinesi tutti vollero dare il loro contributo, e chi non poté farlo con il danaro, lo fece offrendo il contributo della mano d’opera: molti chiusdinesi si ricordano ancora che lo stesso don Dante lavorò come muratore alla costruzione del nuovo edificio. Così, appena dieci anni dopo il suo arrivo a Chiusdino don Dante poté inaugurare l’asilo “San Raffaele”; per la gestione di esso egli volle la congregazione delle “Piccole Missionarie del Sacro Cuore”, un istituto di suore da poco fondato ad Antignano, presso Livorno: grazie a don Dante generazioni di chiusdinesi trovarono fra le mura di quella pia istituzione le solide basi di una vita autenticamente cristiana o almeno di una vita onesta e laboriosa.

Non si sono dimenticati i chiusdinesi, della partecipazione paterna del loro Signor Proposto, alle loro afflizioni, durante gli anni della Seconda Guerra Mondiale: don Dante fu fra i coraggiosi sacerdoti – in realtà la stragrande maggioranza del clero – che a partire dal luglio del 1940 e per tutta la durata del conflitto, celebrò settimanalmente la Santa Messa per la pace, secondo l’invito rivolto loro dal Servo di Dio il grande Papa Pio XII, e tutto ciò nonostante che le autorità fasciste avessero tentato di impedire l’adempimento dell’invito del Sommo Pontefice “per non rallentare il mordente del popolo”; le funzioni, i chiusdinesi più anziani lo ricordano, avevano luogo nel santuario della Madonna delle Grazie.

Fu ancora alla Madonna delle Grazie che egli celebrò l’8 settembre del ’43, all’annunzio dell’armistizio, ed ancora nel luglio del ’44, con un triduo straordinario, dopo che il paese era stato teatro di guerra, ma che nessuno dei chiusdinesi aveva corso seri pericoli, ed infine nel maggio del ’45, per ringraziare Iddio del dono della riconquistata pace.

Gli anni dell’immediato dopoguerra videro in Chiusdino una recrudescenza dell’ateismo marxista, destinato a tenere per molto tempo tanti chiusdinesi lontani dalla Chiesa. Se da una parte i chiusdinesi che militavamo nei partiti di ispirazione marxista, come avevano interpretato in passato la stipula dei Patti Lateranensi fra la Chiesa e lo Stato italiano come un tacito avallo del regime mussoliniano (dimenticando però la condanna del Fascismo espressa da Pio XI coll’enciclica “Non abbiamo bisogno”, nel 1931), ora le rimproveravano l’appoggio al partito della Democrazia Cristiana, dall’altra i cattolici, temevano – e il loro timore sappiamo quanto fosse legittimo – che anche in Italia potesse avvenire una vittoria del comunismo con la conseguente perdita della libertà, come era avvenuto nei paesi dell’est d’Europa.

All’indomani della vittoria del partito della Democrazia Cristiana del 18 aprile 1948, don Dante celebrò un solenne triduo con Messe di ringraziamento.

Ma soprattutto, di fronte dell’aggressione alla Fede del materialismo anticristiano di matrice comunista, don Dante istituiva in paese l’Unione Donne di Azione Cattolica, affidandone la presidenza prima a Maria Bartorelli

Cortesi e poi ad Enrichetta Conti Melani, ed il comitato comunale del Centro Italiano Femminile, il CIF, chiamando ancora la Conti Melani a presiederlo. Entrambi queste associazioni svolgeranno per impulso del pastore un’encomiabile attività di formazione delle coscienze, e, soprattutto per quanto riguarda il CIF, di beneficenza, con l’istituzione dei soggiorni estivi per i bambini.

Nel 1953 fu ancora il Proposto Mazzinghi (Con l’arciprete di Monticiano, Monsignor Carlo Rossi e mercé l’alta intercessione di Sua Em. Rev.ma il Cardinale Valerio Valeri) ad ottenere il passaggio della Parrocchia Propositura di Chiusdino dalla diocesi di Volterra all’Archidiocesi di Volterra: certamente si recideva con ciò un legame più che millenario, era stato infatti il clero di Volterra a portare il cristianesimo nelle nostre contrade, ma si facilitavano i rapporti fra queste terre, in parte isolate a causa di una rete viaria obsoleta, con Siena, verso la quale frequenti erano i mezzi di comunicazione.

Nel frattempo seri problemi di salute, lo costrinsero a chiedere dei coadiutori; ricordiamoli: don Lamberto Locci, don Luigi Zicchina ed infine don Pietro Turillazzi, che ne fu poi il successore.

Con la nomina a Proposto di Chiusdino, don Dante, conformemente ai “Capitolati” stipulati fra la confraternita e la Prepositura di Chiusdino del 1699, “ipso facto” diventava Correttore dell’Inclita ed Insigne Compagnia di San Galgano.

In questo ruolo più volte egli si fece promotore della richiesta di restituzione della Sacra Testa di San Galgano al paese natale: la preziosa reliquia, fatta trasferire dall’abbazia a Siena nel corso del XV secolo, si trovava infatti depositata nel Museo dell’Opera del Duomo.

La Compagnia aveva chiesto la reliquia già nel 1910, ricevendo una risposta negativa. Nel 1937 di nuovo, per l’impulso di don Dante, la richiesta fu nuovamente inoltrata al Vescovo di Volterra Mons. Dante Maria Munerati, ed all’Arcivescovo di Siena, Mons. Mario Toccabelli.

Avendo ricevuta una nuova risposta negativa da parte del presule senese, don Dante tentò un intervento della Segreteria di Stato di Sua Santità. Il Cardinale Segretario di Stato, Sua Em. Eugenio Pacelli (il futuro Papa Pio XII), cui era stata chiesta l’alta intercessione, rispose che la questione non poteva essere da lui risolta senza che in qualche modo si verificasse un’indebita ingerenza della Santa Sede nel governo dell’Archidiocesi di Siena.

Tuttavia nel 1948, compiendosi l’ottocentesimo anniversario della nascita di San Galgano, almeno secondo la tradizione (in realtà non sappiamo quando il nostro Santo sia nato esattamente), don Dante riusciva ad ottenere il soggiorno almeno temporaneo della reliquia a Chiusdino.

Il registro dei verbali delle adunanze della Compagnia di San Galgano, riporta una breve memoria dell’evento: la trascriviamo integralmente, pur con le sue approssimazioni ortografiche e grammaticali, in modo che il lettore ne colga l’entusiasmo del ricordo immediato: “Era il giugno del 1948 e si compiva il centenario della nascita del nostro protettore S. Galgano. Ad iniziativa del Sig. Proposto don Dante Mazzinghi, fu deciso di festeggiare con solennità questa ricorrenza. Il Sig. Proposto fece premura perché fosse portata qua la Sacra Testa del santo che si conservava nel Museo di Siena [il ricordato Museo dell’Opera del Duomo].

Infatti la sera del 18 giugno giunse in mezzo a noi tra i festeggiamenti del popolo ricevuta dal Vescovo di Volterra monsignor Antonio Bagnoli.

Il 19 stesse esposta nella Chiesa Parrocchiale fino a tutto il 20 giorno di domenica che fu il più solenne. Durante i festeggiamenti furono presenti, il Vescovo di Volterra. Che tenne alcune prediche, il Padre Talocchi dell’Osservanza di Siena parlò pure per alcune sere.

Dall’Osservanza venne pure la Domenica la Scola [sic !] Cantorum per rendere più solenne la messa, le funzioni e la processione che fu fatta su la sera; a un certo punto dalla finestra di casa Betti parlò Monsignor Faustino Baldini Vescovo di Massa Marittima. In questo giorno parlò alla Messa l’Arcivescovo di Siena Monsignor Toccabelli Mario. La musica del paese rallegrò la festa. Fu corso anche un palio di cavalli, e fu chiusa la festa con fuochi artificiali.

La mattina del 21 la sacra Testa fu trasportata alla parrocchia di S. Galgano dove fu ricevuta non meno solennemente che a Chiusdino. Nel tempio di S. Galgano fu celebrato il pontificale da Monsignor Baldini Vescovo di Massa Marittima, e su la sera di questo giorno passando nuovamente di qui [cioè da Chiusdino] fece ritorno a Siena lasciando in tutti i paesani un caro ricordo e desiderio di riaverla fra noi”.

Don Dante Mazzinghi non realizzò il desiderio del popolo di Chiusdino: come sappiamo la reliquia della Testa del Santo tornò nel paese natale nell’aprile del 1977.

Monsignor Dante Mazzinghi chiuse gli occhi sulla scena terrena il 19 dicembre 1959; il suo corpo, in attesa della risurrezione, riposa nel cimitero comunale di Chiusdino. 

Non fu un abile predicatore, don Dante e su di lui anzi, si ricorda un aneddoto gustoso: proprio nel 1948, celebrandosi il grande centenario di San Galgano, giunto nella cappella di Montesiepi, ed intimato il silenzio, egli iniziò con voce stentorea: “Davanti a questo masso di Galgano Santo …” ed il popolo che da questo incipit attendeva chissà quale omelia, senti così proseguire: “Diciamo un Pater, Ave e Gloria” …

Non fu un abile predicatore anche perché afflitto da una lieve balbuzie, che si accentuava nei momenti di particolare tensione, ma predicò coll’esempio della sua vita, nell’impegno per edificare sulla terra il regno sociale di Gesù Cristo, attraverso opere concrete, come l’asilo infantile, destinate all’educazione delle nuove generazioni, o associazioni per la formazione di una retta coscienza cristiana degli adulti, insomma per portare le anime a Gesù.

Nostro Signore Gesù Cristo ci invita a riconoscere gli alberi dai frutti.

E di frutti Monsignor Dante Mazzinghi ne raccolse: negli anni del suo impegno pastorale a Chiusdino, infatti, egli ebbe la soddisfazione di indirizzare verso il seminario alcuni giovani, e di condurne tre a ricevere il sacerdozio; ricordiamoli:

don Ildo Conti, ordinato nel 1932, che fu per tanti anni Prevosto di Laiatico, in provincia di Pisa, ed infine Canonico della cattedrale di Volterra; don Cesare Belli, ordinato nel 1943, Pievano di Mazzolla e Roncolla, presso Volterra; ed infine don Gino Costantini, ordinato nel 1946, Pievano dapprima ad Anqua e poi Parroco a La California, presso Bibbona, in provincia di Livorno, sulla costa tirrenica. E credo doveroso soffermarci un po‘ su quest’ultima figura di sacerdote, perché sembra quasi che vi sia stato un passaggio di staffetta ideale fra don Dante Mazzinghi a questo suo figlio spirituale: come don Dante aveva edificato, fra tante difficoltà il suo asilo infantile, così don Gino, costruì per il suo popolo la chiesa parrocchiale, dedicandola alla Madonna di Fatima: non possiamo non credere che l’esempio del primo non abbia ispirato e fortificato la volontà dell’altro.

Infine, non possiamo dimenticare anche una vocazione religiosa, quella di Delia Cortesi, Suor Marcella nella congregazione delle Piccole Missionarie del Sacro Cuore: ella vive ancora, novantacinquenne, nella casa madre della congregazione ad Antignano, vicino a Livorno.

Lotharius

Editoriale (Bollettino 2/2009)

Onorandi e Carissimi Confratelli, Carissime Consorelle, Carissimi Amici Lettori,

Continon avremmo mai pensato che il primo numero del nostro notiziario suscitasse in Voi tutti l’interesse ed il plauso che ha suscitato: è stato un vero piacere ricevere, come abbiamo ricevuto, tante cordiali attestazioni di apprezzamento; numerosi fra i Confratelli e le Consorelle e tanti Amici, hanno telefonato a me o agli altri membri del Consiglio, o addirittura scritto, per complimentarsi dell’iniziativa, chiedendo che essa possa proseguire anche per il futuro.

Confortati da questa sorprendente benevolenza, come detto superiore ad ogni nostra pur rosea aspettativa, ecco che abbiamo realizzato anche un secondo numero che presento con piacere, sperando che con esso e con le pubblicazioni che, come ci auguriamo, verranno, si rinnovi anche l’apprezzamento. 

In questo secondo numero Vi invito a soffermarVi innanzitutto sugli insegnamenti del Santo Padre Benedetto XVI relativamente alla solennità del Corpus Domini .

Un articolo relativo alla storia del nostro sodalizio forse potrà destare la Vostra curiosità: è un sunto della vita dell’Eminentissimo Cardinale Carlo Bichi, Confratello della Compagnia di San Galgano vissuto fra Sei e Settecento; con esso si vuol inaugurare una serie di brevi biografie dei Confratelli più “illustri”.

La notizia dell’omaggio compiuto nei confronti del nostro celeste concittadino e glorioso patrono San Galgano dai membri di uno degli ordini cavallereschi più prestigiosi di tutto il mondo, occupa altre pagine del nostro notiziario: il 24 maggio scorso si è infatti tenuto il pellegrinaggio dei Cavalieri e dalle Dame della delegazione toscana del Sacro Militare Ordine Costantiniano di San Giorgio all’eremo di Monte Siepi: ne diamo la cronaca dettagliata.

Ci sembrava più che opportuno inserire la commemorazione del cinquantesimo anniversario della morte di Monsignor Dante Mazzinghi, che è stato Proposto di Chiusdino per trentotto anni, dal 1922 al ’59, ed il cui ricordo è ancora vivo tra quanti lo conobbero, un anniversario che cadrà esattamente il 19 dicembre prossimo, ma che è già stato anticipato con una Messa in suffragio nello scorso mese di maggio.

Come potete vedere, per inserire tutto questo materiale, ed anche molte fotografie che alleggerissero un po’ i testi, abbiamo aumentato di quattro pagine questo numero del notiziario, che quindi sale da otto a dodici pagine.

Chissà se ciò potrà ripetersi anche in futuro?

A tutti Voi chiediamo il sostegno della preghiera: che Iddio benedetto voglia il proseguimento della nostra opera, per l’intercessione della Madonna delle Grazie e di San Galgano!

Cav. Prof. Andrea Conti

Priore Generale

Pellegrinaggio della Compagnia a Montesiepi (Bollettino 1/2009)

Il pellegrinaggio annuale a Montesiepi: note storiche e d’attualità

ProcessioneIl prossimo lunedì 13 Aprile 2009, “Lunedì dell’Angelo”, l’Inclito ed Insigne Collegio o Compagnia di San Galgano rinnoverà il suo omaggio annuale al glorioso concittadino e celeste patrono con il tradizionale pelle-grinaggio all’eremo di Montesiepi; è il lunedì successivo alla domenica di Pasqua e non c’è chiusdinese che non sappia che in quel giorno, “si va a piedi a San Galgano”; si tratta di una tradizione antichissima che ancor oggi viene rispettata.

Forse non per tutti lo spirito è quello dei nostri antenati che compivano questo itinerario per mero intento devozionale verso San Galgano; forse lo spirito mondano e festaiolo della scampagnata tenta di prevalere sulla devozione e sulla spiritualità del pellegrinaggio … ma tant’è: ancor oggi a Chiusdino si rinnova la pluri-secolare tradizione,.

Le origini di questa tradizione si perdono, come si suol dire, nella notte dei tempi.

Già il Nobil Uomo Giulio Vincenzo Biagini, chiusdinese, che fra il 1682 ed il 1702, ricoprì più volte l’ufficio di priore generale della confraternita di San Galgano, in una lunga “Memoria e descrizzione delle Funzioni solite delle Tre Compagnie di Chiusdino” scritta verso la fine del Sei-cento, diceva che: “Pel solito da tempo immemorabile, che, mentre il tempo coll’intemperie o pioggia non impedisca, si vada in Processione el di secondo dalla Santissima Resurrezione avisitare L’eremo, et Abbazia di San Galgano à Monte Siepi. La detta Processione passa la ricordanza di tutti quelli, anche più vecchi, che di presente sono venenti, mà dalli più vecchi, che si sono conosciuti si hà per antica tradizione che loro l’hanno sempre veduta fare, e sentito anch’essi dire alli loro Antenati, che sempre si è fatta …”.

Si tratta di un’informazione importantissima: già negli anni in cui Giulio Vincenzo Biagini scriveva, il pellegrinaggio a Montesiepi era comunemente ritenuto una tradizione antichissima, tanto che passava “la ricordanza” non solo “delli più vecchi” che allora vi andavano, ma anche di quelli “che si sono conosciuti”, che vi erano andati in passato e che, evidentemente a quella data non era più di questo mondo, e tutti affermavano che avevano visto compiere questo pellegrinaggio “alli loro Antenati”.

In realtà la celebrazione dei Santi nei giorni della settimana “in albis”, quella che segue la Pasqua, possiamo farla risalire all’osservanza scrupolosa delle disposizioni del IV Concilio Lateranense, del 1215, che aveva imposto l’obbligo della confessione e della comunione pasquali con il canone “Omnis utriusque sexus”.

L’organizzazione, soprattutto da parte delle confraternite, di questi pellegrinaggi, solitamente verso luoghi di culto tenuti da comunità religiose, aveva lo scopo di mettere a disposizione dei fedeli un ampio numero di chierici per le confessioni, in modo da consentire al maggior numero di persone il soddisfacimento del precetto pasquale.

Nella citata “Memoria” Giulio Vincenzo Biagini passa a descrivere l’antichissimo rito, così come si svolgeva ai suoi tempi, alla fine del Seicento: “… La mattina del lunedì della Santissima resurrettione a mezz’hora di sole si è detta la Predica, di poi si è sempre cantata dal Pievano la Messa nella Chiesa nostra del Collegio di S. Galgano (Cioè nella cappella della casa natale di San Galgano) per consuetudine immemorabile quale compita, si và a far qualche refettione poi suona a Processione in tutte le Compagnie e Pieve”.

A Chiusdino, alla fine del Seicento erano presenti varie confraternite di laici, ognuna con la propria chiesa o almeno con il proprio altare: oltre all’Inclito ed Insigne Collegio di San Galgano, l’unica di esse che sia sopravvissuta, c’erano le confraternite del Santissimo Nome di Gesù, della Madonna del Rosario, del Corpus Domini, della Concezione di Maria e di San Galgano; di San Sebastiano, della Visitazione, della Crocetta; le confraternite del Rosario e della Visitazione erano composte solo da donne. La “Memoria” dice che l’invito alla processione veniva da tutte queste aggregazioni, tutte suonavano contemporaneamente le campane delle loro chiese insieme a quelle delle pieve, cioè della chiesa di San Michele (Il titolo di “Prepositura” è del 1732, quindi successivo alla “Memoria” scritta dal Biagini).

In ogni chiesa, scrive ancora il Biagini “Si veste ciascheduno alla sua Compagnia e sotto il suo stendardo ciascheduno và alla Pieve (Cioè nella chiesa di San Michele) dove si canta. Procedamus in pace. Exsurge. Le Litanie de Santi. Si esce alla porta Maggiore di Pieve, si và alla Chiesa di S. Martino, entrando alla porta maggiore, et uscendo (senza fermarsi) alla porta di Fianco (L’edificio e la distribuzione dello spazio urbano sono stati modificati e questa porta non esiste più); si passa per la Piazza (cioè per l’attuale via Paolo Mascagni) fino alla Porta Vacucci (“La Porta”, tout court, l’unica rimasta delle tre che si aprivano sulla cinta muraria di Chiusdino), si volta al Poggio (l’attuale via delle Mura) si scende alla chiesa del Crocifisso di Piè poggio”; anche questa chiesetta che si trovava fra gli attuali casolari Pianali e Prodiera, non esiste più.

A questo punto la processione si scioglieva per ricomporsi quando giungeva all’Abbazia di San Galgano, ove i confratelli partecipavano alle varie funzioni celebrate dai sacerdoti del luogo.

Dopo il pranzo, consumato nei campi negli immediati dintorni dell’Abbazia, iniziava il rientro: la processione si riordinava “.al Crocifisso di Piè Poggio.” per recarsi dapprima al Santuario della Madonna delle Grazie “dove arrivata la processione si scopre la Madonna e si cantano le litanie”. E qui il Biagini, simpaticissimo, polemizza contro coloro che volevano mutare la solennità semplice ed immutabile di queste tradizioni: “dissi ‘arrivata la processione’, perché la consuetudine è sempre stata, che prima sia arrivata la processione, e poi si scopra la Beatissima Vergine, e non come modernam.te hà presunto qualche capriccioso reformatore, con presupposto titolo di dominio, che non se li compete”.

Terminato il canto delle Litanie e coperta nuovamente l’Immagine della Madonna, la processione passava “per il mezzo alla terra per la strada di Porta Vacucci a Porta Piana”, cioè la detta via Paolo Mascagni, quindi venivano effettuate delle soste in varie chiese ed altari: la processione si dirigeva verso la chiesa della Madonna di Porta Piana (L’edificio, sconsacrato, esiste ancora alla confluenza di via Piave con via Lido Santini), quindi alla chiesa di San Martino, quindi nella cappella “di sotto” nella casa di San Galgano, quindi nella chiesa di San Sebastiano, nella cappella “di sopra” alla casa di San Galgano (nella casa di san Galgano esistevano anticamente due cappelle, una al piano terra, che esiste ancora, ed una in una delle sale superiori che fu smantellata alla fine del Settecento), nella Chiesa del Corpus Domini (Non esiste più, è il salone dell’ex asilo parrocchiale) ed infine nella chiesa di San Michele: “Nelle Chiesa di San Martino ed alla pieve un sacerdote con cotta e stola riceve la detta Process.ne coll’aspersorio e benedizione. Terminata la Funzione in Pieve coll’hinno Te Deum ciascheduna Compagnia ritorna alla Sua chiesa”.

Questa complessa liturgia si conservò fino alla fine del Settecento, quando si cominciò a semplificarla, sia perché molte confraternite furono soppresse, sia perché alcuni edifici sacri furono chiusi ed addirittura distrutti, sia e soprattutto perché il grande entusiasmo religioso che aveva caratterizzato la Cristianità del Medio Evo e dell’età barocca, fu duramente colpito dall’affermarsi della filosofia illuminista, che combatteva ogni espressione di religiosità popolare, quali poteva essere appunto una processione o un pellegrinaggio.

La rinnovata e semplificata ritualità del pellegrinaggio a Montesiepi dell’epoca successiva, è descritta da Giuseppe Seniori-Costantini nella sua “Vita di San Galgano”, pubblicata nel 1903: “ogni anno – egli scrive – il lunedì dopo la Pasqua di Resurrezione, promosso dalla Venerabile Compagnia di San Galgano, ha luogo come un pell-egrinaggio al luogo ove condusse vita eremitica il nostro Santo. Dopo la Messa Parrocchiale celebrata la mattina per tempo, la campanella della Compagnia, col suo squillo argentino, chiama nella Chiesa stesa, i fratelli e tutti coloro che vogliono prendere parte alla Processione”.

“Scende la processione dall’alto ove risiede la Chiesa, nella via Paolo Mascagni, e la percorre entrando poi nella piazza Garibaldi e nella strada che conduce a Ciciano (…) e al canto delle Litanie dei santi, scende giù per la via mulattiera (Cioè l’attuale strada di Segolino) che si prolunga fino al piano del fiume Merse, lascia pure questa (in prossimità del casolare Sala) e traversa un sentiero sassoso fino ad un punto in prossimità del podere ‘La Chiusa’, ove si dice che un tempo vi fosse un Crocifisso prodigioso che di lì venne asportato nella Chiesa di San Martino in Chiusdino”, si tratta del ricordo ormai opaco dell’antica chiesetta del “Crocifisso di Piè Poggio”, ricordata nella “Memoria” del Biagini. Il crocifisso, dopo la chiusura e la spogliazione della chiesa di San Martino e la trasformazione di essa in sala per conferenze e concerti, fu portato nella chiesa di San Michele, dove ancora si trova; “Qui – scrive il Seniori-Costantini – al canto del ‘Vexilla’ si scioglie la processione”.

Quindi “prima delle 11 si riannoda la processione dinanzi la facciata del Tempio rovinato (Così è sempre stata chiamata la chiesa abbaziale di San Galgano dai chiusdinesi), e sale per la costa del Monte, cantando, fino a che non entra nella Cappella di San Galgano, e quivi tutti devotamente ascoltano la Messa cantata, che celebra il Pievano del posto”.

“Col bacio della Santa reliquia, sono le 12, termina la funzione. Allora la gente si squaglia, si dissemina giù per la costa, giù al piano in numerosi gruppi lieti e festanti. Tutti hanno portato da mangiare e da bere; asciolvono e si riposano un poco”.

“Dopo cantati i Santi Vespri comincia il ritorno a Chiusdino. Poco sotto il paese, all’Oratorio della Madonna delle Grazie, la processione si riallaccia di nuovo fra coloro che si trovano pronti, e cantando sale al paese, lo percorre in parte e si ferma poi alla Chiesa della Compagnia, ove al canto dell’Inno ‘Della Sion Beata’ e al bacio della reliquia si scioglie”.

I tempi moderni, hanno imposto un’ulteriore semplificazione di questa antichissima tradizione: la scarsità dei sacerdoti e gli impegni pastorali del clero ancora presente, hanno imposto di rimuovere la celebrazione della Santa Messa del mattino nella cappella della casa natale di San Galgano e di sostituirla con il canto delle Lodi del Mattino, che vengono celebrate con solennità dai confratelli ma senza l’assistenza dei sacerdoti; nell’accoglienza dei pellegrini, le tavole dei ristoranti hanno ormai da tempo sostituito i prati; le automobili facilitano il rientro a Chiusdino tanto che nessuno più da tanti anni compie a piedi il percorso a ritroso; nel pomeriggio il santuario della Madonna delle Grazie si apre ancora, ma non per riordinare la processione verso l’oratorio della Compagnia, bensì per ospitare gli ultimi riti della giornata: là infatti con la recita del Rosario, il canto del Vespro ed il bacio della reliquia del “Velo della Madonna”, si conclude questo itinerario dello spirito, in modo da accomunare i nomi dei due patroni di Chiusdino e del suo territorio, la Madonna delle Grazie, appunto, e San Galgano.

Dicevamo, in apertura, che lo spirito con cui l’itinerario galganiano del Lunedì di Pasqua da Chiusdino a Montesiepi è oggi compiuto, non per tutti sembra essere più quello di un tempo, sembra infatti in procinto di avvenire una soluzione di continuità tra la tradizione che viene ancora conservata, ma che sembra voglia essere vissuta solamente come un piacevole diversivo sportivo e festaiolo, con i valori e le finalità che quella stessa tradizione dovrebbe rappresentare: ripercorrere simbolicamente il cammino del glorioso concittadino e celeste patrono verso l’incontro con Dio.

In realtà ci troviamo di fronte ad uno dei segni della crescente secolarizzazione; ci domandiamo semmai: se questo divario dovesse acuirsi, quanto quest’antica tradizione potrà reggere all’urto del tempo? Una “tradizione”, infatti, è qualcosa che giunge a noi dalle generazioni del passato e che noi consegniamo (in latino “tradere”, da cui la parola “tradizione”, significa esattamente “consegnare”), come un bene prezioso, alle generazioni successive; nel momento in cui la stessa tradizione perde i valori che la fondano, si trasforma in una “consuetudine” e con ciò perde la sua forza per così dire “patrimoniale”, e si sottopone inevitabilmente alla dura legge della moda del momento.

Se non vogliamo che un altro aspetto della cultura della nostra terra cada nel dimenticatoio, se vogliamo che il compimento di questo percorso sia proficuo per le nostre anime, allora tutti noi abbiamo il dovere di suscitare in noi stessi e negli altri la domanda su quale senso abbia ancora il rinnovare ogni anno quest’atto.

Lotharius

La Compagnia sbarca sul web (Bollettino 1/2009)

Nel 2007 il plurisecolare Inclito ed Insigne Collegio o Compagnia di San Galgano ha acceduto alla composita e per molti versi inquieta realtà del web, e si è dotato di un proprio sito internet !

I dodici primi confratelli che nel 1185 fondarono la nostra confraternita con lo scopo di tener desto il culto del concittadino, di cui essi stessi avevano conosciuto – e forse addirittura con-vissuto – il dramma umano e spirituale e che avevano visto ascendere alla gloria degli altari, rimarrebbero assai sorpresi ma, noi crediamo, non scontenti di ciò che i loro successori hanno fatto più di ottocento anni dopo, per lo stesso scopo, sfruttando le moderne tecniche.

L’allestimento di un sito di questo tipo si è reso poi vieppiù necessario perché da tanto tempo, da troppo tempo in realtà, su San Galgano e sui luoghi e sulle memorie galganiane, si dicono troppe sciocchezze! Dagli anni ottanta del secolo appena passato, infatti, si è fatta strada l’elaborazione di originali interpretazioni sia della vita di San Galgano, che contrasta con tutta la tradizione agiografica precedente ma anche con un serio metodo storico-critico, sia delle memorie di lui, come la cappella rotonda di Montesiepi o l’imponente iconografia: estrapolando tutto questo materiale dal suo contesto storico e culturale ed esasperando il confronto con le leggende di Re Artù e della “spada nella roccia”, ci sono stati e purtroppo ci sono ancora degli stravaganti studiosi (Ma questa definizione veramente fa loro un immeritato onore!) che in tutto ciò che concerne il santo chiusdinese hanno creduto di poter ravvisare dei significati enigmatici, per cui il penitente cavaliere eremita è stato visto ora come un cristiano in contrasto con la Chiesa, morto più in odore di eresia che di santità (E pensare che fu figlio devotissimo del Papa!), addirittura taluno è giunto perfino a negarne la consistenza storica, relegandolo nel mondo del mito (Le prove sulla sua esistenza sono, al contrario, inoppugnabili!).

In realtà siamo di fronte ad una strumentalizzazione del nostro santo in funzione anticattolica, che avviene contro ogni evidenza storica e scientifica ed anzi si caratterizza per una conoscenza molto superficiale delle fonti documentarie. Purtroppo tutto ciò ha trovato e trova spazio su pubblicazioni o riviste ed oggi anche su siti internet, che rivendicano uno spessore culturale che in realtà è assai modesto, quantunque questi studiosi pretendano di rivestire con abiti scientifici l’aspetto sensazionalistico della loro lettura della figura di Galgano e di tutto ciò che riguarda il santo chiusdinese. Questa pseudoletteratura, continuamente oscillante fra storia e fantasia, scienza e fantascienza, in una parola fra vero e falso, ottiene tuttavia un immeritato successo sia per l’acuta ignoranza di ritorno dei più elementari simboli della religione cristiana, sia per il fascino che può esercitare l’illusione di essere introdotti in conoscenze segrete che si dicono solitamente partecipate da pochi eletti.

Di fronte a questa provocazione noi, concittadini di San Galgano, ma soprattutto membri della confraternita a lui intitolata, custodi della sua memoria e delle sue memorie, abbiamo pensato che ogni ulteriore silenzio sarebbe stato colpevole connivenza, e non tanto per la distorsione della figura del nostro santo, che, com’è ovvio, nella gloria di Dio, dove si trova, non viene certo sfiorato dalle stupidaggini che si scrivono su di lui, ma dal danno che la diffusione di simili tesi fa alle anime oneste e dall’offesa che si fa alla verità storica ed all’intelligenza.

È nato quindi il sito http://www.confraternita-sangalgano.it, allestito a livello informatico con molta competenza dal cancelliere della confraternita, Alessio Tommasi Baldi, e composto con i testi preparati all’uopo in massima parte dal nostro priore generale, Andrea Conti, che di San Galgano è riconosciuto quale uno dei massimi esperti a livello nazionale ed internazionale.

Il sito si compone di varie pagine, che espongono la vita del santo, la storia della confraternita a lui dedicata, gli scopi e le finalità di quest’ultima, che danno informazioni sui luoghi galganiani per eccellenza, quali l’eremo di Montesiepi e la celebre abbazia eccetera.

La pagina sulla vita del Santo è stata elaborata sulla scorta dei più recenti studi ed a noi pare caratterizzarsi per la completezza pur nella necessaria brevità. All’interno di essa sono state poste due altre pagine, una che riporta un’omelia pronunciata da Sua Eccellenza Monsignor Mario Ismaele Castellano, indimenticabile Arcivescovo di Siena, che, come sappiamo, era anche ascritto nella confraternita di San Galgano; l’altra è in spagnolo, è un articolo che il noto giornalista Andrea Tornielli, vaticanista de “Il Giornale”, ha dedicato a San Galgano.

Quattro pagine del sito sono dedicate alla nostra confraternita, la prima illustra la storia del sodalizio, dalla sua fondazione, avvenuta, come detto nel 1185, ad oggi; la seconda presenta gli scopi e le finalità; nella terza si trova l’elenco dei priori generali, almeno da quando, sulla scorta di inop-pugnabile materiale archivistico, è stato possibile averne notizia; accanto al nome di molti dei priori figura uno stemma: ciò non può che sorprendere i visitatori ma in realtà molte famiglie chiusdinesi figurano fra le famiglie “nobili” di Siena: tutte le attribuzioni degli stemmi sono avvenute a seguito di una meticolosa ricerca storico-genealogica (Gli stemmi sono stati realizzati da un esperto “dipintore araldico”, Marco Uggè, di Lodi); la quarta ed ultima pagina riporta l’attuale compo-sizione, con i nomi di tutti i confratelli e le conso-relle ed il loro ruolo attuale. Una pagina è dedicata ai luoghi galganiani, Chiusdino, l’Eremo di Montesiepi, la grande abbazia senza tetto, Frosini.

Un’altra pagina contiene la recensione dei testi che possano consentire la migliore conoscenza del nostro santo, a cominciare da quelli del nostro stesso priore generale, ma anche di Eugenio Susi, di Roma, anche lui confratello della Compagnia di San Galgano, poi di Rosanna Rossi di Grosseto e di Elisabetta Cioni dell’Università degli Studi di Siena.

Delle ultime pagine, la prima accoglie l’inserimento delle notizie che riguardano la vita della confra-ternita, quali gli annunci delle varie celebrazioni ec-cetera; un’altra contiene un elenco di links utili, cioè di collegamenti con altri siti, fra i quali il sito dell’Amministrazione Comunale di Chiusdino, della Associazione Pro Loco di Chiusdino, dell’Archi-diocesi di Siena, della Diocesi di Volterra e di vari istituti ecclesiastici; una terza infine contiene il “Guest Book”, cioè un vero e proprio “Libro degli Ospiti”, in cui i visitatori che lo desiderano possono lasciare commenti ed osservazioni (E non sono pochi coloro che lo hanno fatto).

Ogni pagina del sito è arricchita di un ampio corredo fotografico.

Il sito infine permette l’invio di messaggi a due indirizzi di posta elettronica, quello del priore generale e, naturalmente, quello del nostro cancelliere.

Il sito, iscritto in vari “portali” cattolici quali www.siticattolici.it, come anche www.totustuus.net, www.noicattolici.it, ed infine www.netcrim.com, in questi quasi due anni di apertura è stato visitato in media da una decina almeno di visitatori al giorno: noi confidiamo che San Galgano, dall’alto della sua gloria, ci sorrida e ci aiuti nella battaglia che, in nome suo, facciamo sia a suo favore sia a beneficio della verità storica!

Frater

Editoriale (Bollettino 1/2009)

Onorandi e Carissimi Confratelli,

Carissime Consorelle,

Carissimi Lettori,

ecco che giunge a tutti Voi il primo di quella che ci auguriamo essere una lunga serie di numeri del bollettino “La Compagnia di San Galgano”, pub-blicazione dell’Inclito ed Insigne Colle-gio o Compagnia di Gesù Cristo, Maria Santissima e San Galgano.

Perché questo giornaletto ?

Nel 2004 abbiamo creato un sito internet, interamente dedicato alla nostra confraternita (Nel giornalino troverete una pagina dedicata ad esso); oggi proponiamo questa pubblicazio-ne che, diffusa con cadenza regolare, costituirà un ulteriore legame fra tutti i Confratelli e le Consorelle: fra quelli di essi che abitano a Chiusdino e quelli, ormai sono numero-si, che nati a Chiu-sdino risiedono più o meno lontani dal paese natale, ed infine fra quelli che pur non essendo chiusdinesi, sono legati da grande affetto e da devozione al nostro Glorioso Protettore e Celeste Patrono, San Galgano.

Come il sito, anche questo giornaletto potrà costituire un agevole mezzo per continuare a conservare, incrementare, trasmettere quelle tradizioni e quei valori che coloro che ci hanno preceduto ci hanno consegnato: non possiamo dimenticare che l’Inclito ed Insigne Collegio o Compagnia di San Galgano conta più di ottocento anni di vita (Ottocentoventiquattro, per la precisione) e ciò lo candida ad essere la più antica confraternita di tutta la Chiesa, il che vuol dire di tutto il mondo, fra quelle ancora esistenti!

Nè possiamo dimenticare che in questi otto secoli di vita, l’Inclito ed Insigne Collegio o Compagnia di San Galgano ha scritto delle bellissime pagine della storia della pietà e della carità!

Noi crediamo di avere il dovere di conservare ciò che di bene, di bello, di vero, abbiamo ricevuto dalle generazioni del passato, di incrementarlo, di consegnarlo alle generazioni future.

Insomma: ci sentiamo depositari di una grande responsabilità.

Abbiamo inserito nel giornaletto qualche pa-gina con la genuina parola di verità dispensata dalla Santa Madre Chiesa e dal Sommo Pontefice in particolare (La rubrica “La parola di Pietro”); viviamo in un’epoca in cui tele-visione, radio, stampa introducono nelle case convinzioni che sono contrarie alla Parola di Dio, agli Insegnamenti di Gesù e della Chiesa, per cui ci sembra opportuno offrire un sia pur modestissimo contributo per una auspicabile ricostruzione di una società cristiana, nella convinzione che una società cristiana – quella in cui si possa definire con chiarezza bene ciò che è bene e male ciò che è male – sia di per se stessa anche una società più umana.

Riusciremo nell’intento che ci siamo proposti ?

Confidiamo nell’aiuto di Signore, per l’intercessione di San Galgano e della Madonna delle Grazie.

 

Cav. Prof. Andrea Conti

Priore Generale

La parola di Pietro (Bollettino 1/2009)

Messaggio della Santità di Nostro Signore Papa Benedetto XVI per la Quaresima dell’anno 2009

Cari fratelli e sorelle,

BenedettoXVIaall’inizio della Quaresima, che costituisce un cammino di più intenso allenamento spirituale, la Liturgia ci ripropone tre pratiche penitenziali molto care alla tradizione biblica e cristiana – la preghiera, l’elemosina, il digiuno – per disporci a celebrare meglio la Pasqua e a fare così esperienza della potenza di Dio che, come ascolteremo nella Veglia pasquale, “sconfigge il male, lava le colpe, restituisce l’innocenza ai peccatori, la gioia agli afflitti. Dissipa l’odio, piega la durezza dei potenti, promuove la concordia e la pace”.

Nel consueto mio Messaggio quaresimale, vorrei soffermarmi quest’anno a riflettere in particolare sul valore e sul senso del digiuno. La Quaresima infatti richiama alla mente i quaranta giorni di digiuno vissuti dal Signore nel deserto prima di intraprendere la sua missione pubblica. Leggia-mo nel Vangelo: “Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto, per essere tentato dal diavolo. Dopo aver digiunato quaranta giorni e quaranta notti, alla fine ebbe fame”.

Come Mosè prima di ricevere le Tavole della Legge, come Elia prima di incontrare il Signore sul monte Oreb, così Gesù pregando e digiunando si preparò alla sua missione, il cui inizio fu un duro scontro con il tentatore.

Possiamo domandarci quale valore e quale senso abbia per noi cristiani il privarci di un qualcosa che sarebbe in se stesso buono e utile per il nostro sostentamento.

Le Sacre Scritture e tutta la tradizione cristiana insegnano che il digiuno è di grande aiuto per evitare il peccato e tutto ciò che ad esso induce. Per questo nella storia della salvezza ricorre più volte l’invito a digiunare. Già nelle prime pagine della Sacra Scrittura il Signore comanda all’uomo di astenersi dal consumare il frutto proibito: “Tu potrai mangiare di tutti gli alberi del giardino, ma dell’albero della conoscenza del bene e del male non devi mangiare perché, nel giorno in cui tu ne mangerai, certamente dovrai morire”.

Commentando l’ingiunzione divina, san Basilio

osserva che “il digiuno è stato ordinato in Paradiso”, e “il primo comando in tal senso è stato dato ad Adamo”. Egli pertanto conclude: “Il ‘non devi mangiare’ è, dunque, la legge del digiuno e dell’astinenza”.

Poiché tutti siamo appesantiti dal peccato e dalle sue conseguenze, il digiuno ci viene offerto come un mezzo per riannodare l’ami-cizia con il Signore. Così fece Esdra prima del viaggio di ritorno dall’esilio alla Terra Promessa, invitando il popolo riunito a digiunare “per umiliarci – disse – davanti al nostro Dio”.

L’Onnipotente ascoltò la loro preghiera e assicurò il suo favore e la sua protezione. Altrettanto fecero gli abitanti di Ninive che, sensibili all’appello di Giona al pentimento, proclamarono, quale testi-monianza della loro sincerità, un digiuno dicendo: “Chi sa che Dio non cambi, si ravveda, deponga il suo ardente sdegno e noi non abbiamo a perire!”. Anche allora Dio vide le loro opere e li risparmiò.

Nel Nuovo Testamento, Gesù pone in luce la ragione profonda del di-giuno, stigmatizzando l’atteggiamento dei farisei, i quali osservavano con scrupolo le prescrizioni imposte dalla legge, ma il loro cuore era lontano da Dio. Il vero digiuno, ripete anche altrove il divino Maestro, è piuttosto compiere la volontà del Padre celeste, il quale “vede nel segreto, e ti ricom-penserà”. Egli stesso ne dà l’esempio rispon-dendo a satana, al termine dei quaranta giorni passati nel deserto, che “non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio”. Il vero digiuno è dunque finalizzato a mangiare il “vero cibo”, che è fare la volontà del Padre. Se pertanto Adamo disobbedì al comando del Signore “di non mangiare del frutto dell’albero della conoscenza del bene e del male”, con il digiuno il credente intende sottomettersi umil-mente a Dio, confidando nella sua bontà e misericordia.

Troviamo la pratica del digiuno molto presente nella prima comunità cristiana. Anche i Padri della Chiesa parlano della forza del digiuno, capace di tenere a freno il peccato, reprimere le bramosie del “vecchio Adamo”, ed aprire nel cuore del credente la strada a Dio.

Il digiuno è inoltre una pratica ricorrente e raccomandata dai santi di ogni epoca. Scrive San Pietro Crisologo: “Il digiuno è l’anima della preghiera e la misericordia la vita del digiuno, perciò chi prega digiuni. Chi digiuna abbia misericordia. Chi nel domandare desidera di essere esaudito, esaudisca chi gli rivolge domanda. Chi vuol trovare aperto verso di sé il cuore di Dio non chiuda il suo a chi lo supplica”

Ai nostri giorni, la pratica del digiuno pare aver perso un po’ della sua valenza spirituale e aver acquistato piuttosto, in una cultura segnata dalla ricerca del benessere materiale, il valore di una misura terapeutica per la cura del proprio corpo. Digiunare giova certamente al benessere fisico, ma per i credenti è in primo luogo una terapia per curare tutto ciò che impedisce loro di conformare se stessi alla volontà di Dio. Nella Costituzione apostolica Pænitemini del 1966, il Servo di Dio Paolo VI ravvisava la necessità di collocare il digiuno nel contesto della chiamata di ogni cristiano a “non più vivere per se stesso, ma per colui che lo amò e diede se stesso per lui, e … anche a vivere per i fratelli”.

La Quaresima potrebbe essere un’occasione oppor-tuna per riprendere le norme contenute nella citata Costituzione apostolica, valorizzando il significato autentico e perenne di quest’antica pratica peni-tenziale, che può aiutarci a mortificare il nostro egoismo e ad aprire il cuore all’amore di Dio e del prossimo, primo e sommo comandamento della nuova Legge e compendio di tutto il Vangelo.

La fedele pratica del digiuno contribuisce inoltre a conferire unità alla persona, corpo ed anima, aiutandola ad evitare il peccato e a crescere nell’intimità con il Signore.

Sant’Agostino, che ben conosceva le proprie inclinazioni negative e le definiva “nodo tortuoso e aggrovigliato”, nel suo trattato L’utilità del digiuno, scri-veva: “Mi dò certo un supplizio, ma perché Egli mi per-doni; da me stesso mi castigo perché Egli mi aiuti, per pia-cere ai suoi occhi, per arrivare al diletto della sua dolcezza”.

Privarsi del cibo materiale che nutre il corpo facilita un’interiore disposizione ad ascoltare Cristo e a nutrirsi della sua parola di salvezza. Con il digiuno e la preghiera permettiamo a Lui di venire a saziare la fame più profonda che sperimentiamo nel nostro intimo: la fame e sete di Dio.

Al tempo stesso, il digiuno ci aiuta a prendere coscienza della situazione in cui vivono tanti nostri fratelli. Nella sua Prima Lettera san Giovanni ammonisce: “Se uno ha ricchezze di questo mondo e vedendo il suo fratello in necessità gli chiude il proprio cuore, come rimane in lui l’amore di Dio?”.

Digiunare volontariamente ci aiuta a coltivare lo stile del Buon Samaritano, che si china e va in soccorso del fratello sofferente. Scegliendo liberamente di privarci di qualcosa per aiutare gli altri, mostriamo concretamente che il prossimo in difficoltà non ci è estraneo. Proprio per mantenere vivo questo atteggiamento di accoglienza e di attenzione verso i fratelli, incoraggio le parrocchie ed ogni altra comunità ad intensificare in Quaresima la pratica del digiuno personale e comunitario, coltivando altresì l’ascolto della Parola di Dio, la preghiera e l’elemosina. Questo è stato, sin dall’inizio, lo stile della comunità cristiana, nella quale venivano fatte speciali collette, e i fedeli erano invitati a dare ai poveri quanto, grazie al digiuno, era stato messo da parte. Anche oggi tale pratica va riscoperta ed incoraggiata, soprattutto durante il tempo liturgico quaresimale.

Da quanto ho detto emerge con grande chiarezza che il digiuno rappresenta una pratica ascetica importante, un’arma spirituale per lottare contro ogni eventuale attaccamento disordinato a noi stessi. Privarsi volontariamente del piacere del cibo e di altri beni materiali, aiuta il discepolo di Cristo a controllare gli appetiti della natura indebolita dalla colpa d’origine, i cui effetti negativi investono l’intera personalità umana. Opportunamente esorta un antico inno liturgico quaresimale: “Utamur ergo parcius, / verbis, cibis et potibus, / somno, iocis et arctius / perstemus in custodia – Usiamo in modo più sobrio parole, cibi, bevande, sonno e giochi, e rimaniamo con maggior attenzione vigilanti”.

Cari fratelli e sorelle, a ben vedere il digiuno ha come sua ultima finalità di aiutare ciascuno di noi, come scriveva il Servo di Dio Papa Giovanni Paolo II, a fare di sé dono totale a Dio.

La Quaresima sia pertanto valorizzata in ogni famiglia e in ogni comunità cristiana per allontanare tutto ciò che distrae lo spirito e per intensificare ciò che nutre l’anima aprendola all’amore di Dio e del prossimo. Penso in particolare ad un maggior impegno nella preghiera, nella lectio divina, nel ricorso al Sacramento della Riconciliazione e nell’attiva partecipazione all’Eucaristia, soprattutto alla Santa Messa domenicale. Con questa interiore disposizione entriamo nel clima penitenziale della Quaresima.

Ci accompagni la Beata Vergine Maria, Causa nostrae laetitiae, e ci sostenga nello sforzo di liberare il nostro cuore dalla schiavitù del peccato per renderlo sempre più “tabernacolo vivente di Dio”.

Con questo augurio, mentre assicuro la mia preghiera perché ogni credente e ogni comunità ecclesiale percorra un proficuo itinerario quaresimale, imparto di cuore a tutti la Benedizione Apostolica.

Benedictus P.P. XVI