La canonizzazione di San Galgano (2^ parte)

I protagonisti della canonizzazione di San Galgano: il Vescovo Ildebrando Pannocchieschi,il Cardinale Corrado di Wittelsbach, il Cardinale Melior

di Andrea Conti

(seconda parte)

CorradoWittelsbach

Nel numero 11 del nostro giornalino, distribuito a dicembre del 2012, abbiamo indagato su quale pontefice avesse riconosciuto a Galgano la gloria degli altari fra i tre che gli storici indicano come protagonisti dell’evento, cioè Lucio III, Urbano III e Gregorio VIII, e siam giunti a non escludere la possibilità di una canonizzazione in forma commissoria. Vediamo oggi di conoscere meglio chi fossero i delegati del pontefice – chiunque egli sia stato – che indagarono sulla vita, sui miracoli e la fama di santità del nostro glorioso concittadino e celeste patrono permettendone la canonizzazione.

I pellegrinaggi che si compivano verso il Montesiepi e i miracoli che avvenivano per l’intercessione di Galgano, attirarono l’attenzione del vescovo di Volterra, Ugo, che sappiamo aver conosciuto l’eremita quand’egli era ancora in vita. Poco dopo la morte di Galgano il vescovo Ugo si recò sul Montesiepi evidentemente per condurre una prima indagine conoscitiva delle virtù e dei miracoli del santo: il converso Strinato che aveva vissuto con Galgano sul Montesiepi raccontò infatti che un lebbroso miracolosamente guarito dal santo, era stato «in eodem loco», «nello stesso luogo», cioè sul Montesiepi, interrogato dal vescovo stesso «diligenti investigatione», «con una scrupolosa indagine».

L’indagine condotta dal vescovo deve aver avuto esiti positivi se egli autorizzò la costruzione di una cappella a custodia delle reliquie e delle memorie del santo: la notizia si legge nella più antica biografia del santo in nostro possesso, quella redatta nella prima metà del Duecento da un anonimo monaco cistercense. In tal caso, considerando che al momento del processo di canonizzazione – collocato fra la seconda metà del 1185 e la prima metà dell’ ’86 – la cappella era già terminata, la visita del vescovo Ugo alla comunità di Montesiepi non può essere avvenuta che in epoca molto vicina alla morte del santo, forse già nel 1182 o ’83 e senz’altro prima dell’8 settembre 1184, giorno della morte del vescovo.

Potrebbe allora essere stato proprio il vescovo Ugo ad iniziare l’iter canonico per il riconoscimento della santità di Galgano, un anno o due dopo la morte dell’eremita ma non è possibile sapere se già Ugo avesse inviato al papa delle postulationes finalizzate a tale scopo o non piuttosto sia stato il suo successore, Ildebrando Pannocchieschi.

Su sollecitazione del vescovo di Volterra (Ugo, forse, o Ildebrando) si può ritenere che già papa Lucio III abbia nominato, con il compito di verificare la santità del giovane chiusdinese, quei tre commissari davanti ai quali si presentarono i venti testimoni che, dopo aver giurato sui santi Vangeli, esposero quello che era a loro conoscenza «della vita e delle azioni di Galgano e dei miracoli dallo stesso compiuti per volontà divina prima della morte e dopo la morte»: la madre stessa di Galgano, Dionisia, innanzi tutto, e poi Giovanni da Chiusdino, Girardino di Bindo, Petruccio di Montarrenti, Viviano comes de Tegona, Martino de Gualtra, Martino di Fogari, Guido de Canneto, Andrea de Mulutiano, Giovanni di Montepulciano, Ermanno di Frosini, Azzo di Montepulciano, Pagano de Nocetia, Girardino di Castiglione iuxta Umbronem, Guglielmo de Laverona, Paganello di Monticiano, Ghiottone di Chiusdino, il converso Strinato, il prete Isacco, Enrico di Orgia..

Il sacerdote e storico senese Sigismondo Tizio all’inizio del Cinquecento studiò gli atti del processo di canonizzazione e li trascrisse all’interno del primo dei sette volumi delle sue Historiae Senenses; da lui sappiamo che il documento consisteva in una pergamena cui erano appesi tre sigilli di ceralacca, quelli, evidentemente, dei legati pontifici: su di uno, quello nel mezzo, si riconosceva l’immagine d’un vescovo e si leggeva chiaramente “sigillum Conradi episcopi”, sigillo di Corrado vescovo; su di un altro si leggevano soltanto alcune lettere “ …anis” e sul terzo infine, non si poteva più leggere alcunché.

Il grande storico tedesco Fëdor Schneider ha ampiamente dimostrato che in Toscana non esistevano nel 1185 /’86 vescovi di nome Corrado ma che nella regione, in estate, è documentata la presenza di Corrado di Wittelsbach, cardinale vescovo della Sabina ed arcivescovo di Magonza ed in questo prelato egli ha identificato il Conradus citato nel sigillo con costui.

Il cardinale Corrado di Wittelsbach si trovava all’epoca al seguito dell’imperatore Federico I Barbarossa, il quale stava attraversando l’Italia con lo scopo di concludere il matrimonio fra il proprio figlio Enrico e la principessa Costanza d’Altavilla, figlia postuma di Ruggero II re di Sicilia, di ben poca avvenenza e pure di dieci anni più vecchia del futuro marito ma col pregio di portare in dote uno dei più bei regni d’Europa: all’inizio dell’estate del 1185 Federico si era incontrato a Verona col papa Lucio III: è possibile che sia stata questa l’occasione in cui il pontefice abbia incaricato il cardinale Corrado di Wittelsbach di far parte della commissione che accertasse la santità di vita e l’autenticità dei miracoli di Galgano.

Corrado di Wittelsbach, arcivescovo di Magonza e cardinale vescovo della Sabina era uno dei prelati più importanti del suo tempo: la nobiltà dei natali (il cardinale era figlio del conte di Wittelsbach e fratello del duca di Baviera), l’amore per la cultura, la pazienza nelle avversità, la capacità di saper conoscere l’animo degli uomini, la mansuetudine del carattere, la perseveranza nel perseguire sempre la pace e la giustizia, la naturale disposizione al perdono, gli fecero godere della stima dei due più grandi papi dell’epoca, Alessandro III ed Innocenzo III.

Conseguito il grado universitario di magister, che ne faceva uno dei pochissimi prelati veramente colti dei suoi tempi, nel 1160 fu eletto arcivescovo di Magonza ma solo quattro anni dopo ne fu scacciato da Federico Barbarossa a causa del suo attaccamento al papa Alessandro III. Corrado da allora in poi datò ogni sua lettera aggiungendovi il calcolo degli anni dalla sua elezione all’arcivescovato e quello dal suo esilio.

Allontanato dalla patria e dalla diocesi, Corrado raggiunse l’Italia e vi trascorse diciotto anni prima di far ritorno in Germania; Alessandro III lo creò cardinale facendo di lui – si dice – il primo tedesco ad essere stato elevato alla porpora cardinalizia. Nel 1180, nell’ambito della rappacificazione fra il papa e l’imperatore, fu reintegrato nella sede vescovile di Magonza: l’imperturbabile Corrado aggiunse alla data delle sue lettere anche il calcolo degli anni dal suo ritorno.

Dopo aver reso altri servigi alla Santa Sede Apostolica ed aver addirittura partecipato alla terza crociata, il cardinale Corrado di Wittelsbach morì il 25 ottobre del 1200. Il suo corpo riposa nel duomo di Magonza.

Nulla sappiamo degli altri due delegati pontifici.

Nel mio libro La spada e la roccia del 2007 ho ipotizzato che uno di essi fosse il «magister Melior, titulo Sanctorum Iohannis et Pauli presbiter cardinalis», ovvero Maestro Migliore, cardinale prete del titolo dei Santi Giovanni e Paolo, che l’anonimo monaco cistercense che redasse la più antica Vita del santo cita tra coloro che «humiliter accesserunt», umilmente si recarono sul Montesiepi, dopo il decesso di Galgano. Migliore, pisano, già monaco vallombrosano e magister decretorum, docente di diritto canonico, cioè, fu creato cardinale da Lucio III stesso nell’aprile del 1185 – quando giunse a Montesiepi era dunque di fresca nomina! – e dal pontefice nominato camerario, più o meno tesoriere, di Santa Romana Chiesa. Anche dopo la morte di Lucio, i pontefici si servirono della collaborazione di questo insigne canonista. È importante ricordare anche che Migliore svolse importanti missioni come legato papale in Francia (I negoziati di pace tra Francia ed Inghilterra del 1193, contengono la sua firma), tanto il celebre storico della Chiesa, il domenicano padre Alfonso Chacón credette e scrisse che fosse francese: il legame tra la fondazione galganiana ed i monaci cistercensi che negl’anni novanta del Millecento giunsero sul Montesiepi, forse potrebbero trovarsi proprio qui.

Il cardinal Migliore morì in Francia si crede verso la fine del 1197 o comunque entro i primi sei mesi del 1198.

Per il terzo commissario è naturale pensare allo stesso vescovo di Volterra, Ildebrando.MitriaWittelsbach

Appartenente alla nobile famiglia dei Pannochieschi, Ildebrando divenne vescovo di Volterra verso la fine del 1184 o l’inizio del 1185 e mantenne la cattedra episcopale fino alla morte, avvenuta nel 1211. Dal 1150 al 1170 il vescovo di Volterra era suo zio Galgano, quello da cui il nostro santo deriva il suo nome.

Morto il vescovo Galgano – ucciso durante una sommossa – Ildebrando, all’epoca canonico della cattedrale, entrò in opposizione col nuovo vescovo Ugo: nel lungo contrasto fra papa Alessandro III e l’imperatore Federico Barbarossa, Ugo sostenne infatti apertamente il pontefice osteggiando la feudalità volterrana, mentre Ildebrando militò sul fronte opposto, giungendo ad appoggiare anche gli pseudopapi di nomina imperiale. Ma Ugo era vissuto e morto in fama di conclamata santità (Ed è stato infatti canonizzato) e questo, in qualche modo, dette da subito forza alle idee della sua fazione.

Una volta assiso sulla cattedra episcopale, Ildebrando riprese la politica filo-imperiale interrotta dall’episcopato di Ugo; accogliere l’eredità di quest’ultimo, peraltro col precipuo intento di opporsi a ciò che il santo vescovo aveva rappresentato, per Ildebrando non poteva essere semplice. In soccorso al suo progetto di rafforzare sia il potere imperiale nel territorio volterrano sia quello della propria famiglia, venne inconsapevolmente un lontano cavaliere eremita, Galgano da Chiusdino: il giovane infatti proveniva da quei milites che erano strettamente legati da vincoli feudali al vescovo, per cui con la sua elevazione all’onore degli altari, Ildebrando avrebbe sia celebrato le classi sociali che sostenevano il suo potere e nello stesso tempo conferito maggiore dignità alle proprie scelte politiche.

Non solo: Galgano, che aveva abbandonato l’esercizio delle armi per dedicarsi al più duro ascetismo, che in una società in preda a guerre partigiane e a violenze di ogni genere, liberava i prigionieri dalle mani dei carcerieri e li salvava dalle mani dei tirannelli locali, come molti testimoni sostenevano essere avvenuto, diventava in un certo senso, il santo patrono di un nuovo ordine, quello che era stato inaugurato a Verona, dalla conciliazione avvenuta tra l’imperatore Federico Barbarossa ed il papa.

Tutto ciò senza nulla togliere alla indubitabile santità di Galgano.

La canonizzazione di San Galgano (1^ parte)

La canonizzazione di San Galgano (1^ parte)

Fra Lucio III, Urbano III e Gregorio VIII, quale papa ha iscritto Galgano da Chiusdino nell’elenco dei Santi? Antichi e moderni studiosi sono discordi.

di Andrea Conti

(prima parte)

alessandroiiiIl più antico biografo di San Galgano, un anonimo monaco cistercense vissuto nel XIII secolo proprio nell’abbazia intitolata al santo, ci informa che la canonizzazione di Galgano avvenne cinque dopo la morte del giovane chiusdinese: «Trascorsi cinque anni [dalla morte], per le preghiere di uomini consacrati, affinché il ricordo di lui non perisse insieme alla sua terrena risonanza, fu ammesso dal successore di Pietro e vicario di Gesù Cristo ad esser nominato in terra nel catalogo dei Santi in quel giusto posto cui crediamo corrisponda un nome scritto in cielo».

La prima cosa che notiamo è questa espressione: «essendo già trascorso lo spazio di cinque anni [dalla morte]», «quinque forte annorum spatio iam decurso», scrive esattamente l’anonimo monaco. Ora è ormai certo che Galgano sia morto il 30 novembre del 1181 – ce lo dice lo stesso monaco – ergo la canonizzazione non può essere avvenuta che verso la fine del 1186.

La seconda cosa che notiamo sia in questo testo sia in quelli immediatamente successivi, cioè nelle due biografie scritte da un monaco agostiniano di cui ignoriamo il nome e da un monaco vallombrosano di nome Blasius e nella Legenda volgare, è che viene taciuto il nome del papa che procedette alla dichiarazione della santità di Galgano. Eppure l’indicazione temporale relativa ai cinque anni già trascorsi dalla morte avrebbe permesso facilmente di risalire al nome del pontefice. Perché gli anonimi monaci cistercense ed agostiniano autori delle più antiche biografie non segnalano alcun nome? Perché non lo fanno nemmeno Blasius o l’anonimo estensore della Leggenda volgare?

In uno scritto intitolato Legenda beati Galgani confessoris attribuito al monaco Rolando da Pisa ed elaborato presumibilmente per uso liturgico, come si capisce dal fatto che sia intitolato Legenda, cioè storia da leggere ai fedeli nel giorno della festa del santo, si afferma che il papa che compì il solenne atto fosse il senese Alessandro III: «a successore Petri et vicario Jesu christi, Domino Alexandro tertio senensi … [Galganus] inter catalogum Sanctorum receptus est», ovvero «Galgano fu ricevuto nel catalogo dei santi dal successore di Pietro e vicario di Gesù Cristo, dal signore Alessandro III senese», ma si tratta evidentemente di un errore, anche piuttosto grossolano, poiché nel 1185 Alessandro III era morto addirittura da quattro anni !!!

Un errore che non sfuggì al domenicano Gregorio Lombardelli quando, nel 1577 scrisse la sua Vita del gloriosissimo San Galgano senese da Chiusdino che così infatti scrisse: «Rolando Pisano, dicendo che fu canonizzato cinque anni doppo la morte da Alessandro, dice cosa, che non può stare; perché Alessandro non sopravvisse a Galgano».

Stessa osservazione anche da parte del grande storico della Chiesa, il cardinale Cesare Baronio: «senza dubbio si riscontra che il papa Alessandro lasciò questa vita prima di San Galgano, certamente lo stesso anno del Signore 1181, sei giorni avanti l’inizio di settembre (cioè il 26 agosto; ma in realtà il Papa morì il 30 del mese): sembra opportuno ammettere o che Galgano morisse in un giorno prima di questo tempo, o che da un altro Romano Pontefice sia stato inserito fra i Santi».gregorioviii

Qualche anno dopo, precisamente nel 1625, lo storico senese Giugurta Tommasi licenziava alla stampe a Venezia le sue Historie di Siena; in esse l’insigne studioso afferma che fu il Papa Lucio III a istruire la causa di canonizzazione di Galgano: «la fama de‘ molti miracoli, escitò desiderio nella Repubblica di Siena di ottenere dal Sommo Pontefice la canonizzazione di Galgano; così compiacendosene Papa Lucio, cinque anni doppo la morte del santo, fù commesso l’esamine della vita di lui». Tuttavia, se noi leggiamo con attenzione queste poche righe, vediamo che il Tommasi non dice che Lucio III procedette alla canonizzazione ma solo che fece istruire la causa relativa ad essa.

L’identificazione di Alessandro III come il Papa che canonizzò Galgano, fu quindi contestata anche dall’erudito chiusdinese Giulio Vincenzo Biagini, anche se lui, erroneamente, attribuisce questo sbaglio proprio al padre Lombardelli, che invece lo aveva prima di lui rilevato: «Il P. Lombardelli asserisce, che S. Galgano fù canonizato da Alessandro 3.o alla quale opinione tutti s’oppongono, primieramente il Card. Baronio nell’Annotationi al Martirologio, perche Alessandro 3.o morì di Settembre 1181, e S. Galgano a Dicembre seguente». Il Biagini aggiunge di aver avuto queste informazioni dal padre Antonio Libanori, abate di San Galgano e biografo del nostro santo, il quale gli avrebbe fatto il nome di un altro pontefice, quello di Lucio III: «è d’opinione, et avedutamente dice, che fù canonizato da Lucio 3.o l’anno 1185».

Ed infatti il Libanori nella sua Vita del glorioso san Galgano eremita cisterciense data alle stampe nel 1645, afferma che la canonizzazione avvenne per opera di Lucio III: «Lucio III […] diede ordine ad alcuni Vescovi, e frà gli altri ad Ugo Saladini di Volterra, che formassero Processo sopra la vita, e miracoli di Galgano», quindi «assicurato […] della santità di Galgano l’anno 1185 il quinto del suo Pontificato in Roma solennemente l’annoverò fra i Santi Confessori della Chiesa».

Il Libanori, a sostegno della sua tesi, riporta il cartiglio che si poteva leggere in calce ad un affresco che si trovava nella cappella di Montesiepi e che riproduceva la solenne cerimonia ed ora scomparso: «A Lucio III Lucense Pontifice Max. canonizatur anno Domini MCLXXXV», ovvero: «È canonizzato da Lucio III, lucchese, Sommo Pontefice, nell’anno del Signore 1185». Purtroppo non sappiamo quando furono eseguiti questi affreschi, e quindi non è possibile invocare la loro autorità.

lucioiiiSe seguiamo l’informazione del Tommasi, cioè che l’esame della vita di Galgano è iniziato “cinque anni doppo” la morte di lui, allora il processo avrebbe avuto inizio nel 1186, ma anche in questo caso siamo di fronte ad errore: papa Lucio III infatti morì il 25 novembre 1185, quindi non avrebbe potuto l’anno seguente ordinare l’indagine sulla santità di Galgano né procedere alla sua canonizzazione.

L’autorità del Tommasi e poi del Libanori, tuttavia fece sì che la notizia fosse presa per buona e come tale fosse riportata acriticamente da molti biografi successivi, con pochissime eccezioni, fino a tempi recenti.

Due letterati senesi, Girolamo Gigli prima, e Giovanni Antonio Pecci poi, colsero infatti questa incongruenza: se la canonizzazione era avvenuta cinque anni dopo la morte del sant’uomo, allora non poteva collocarsi che alla fine del 1186, sotto il pontificato non di Lucio III, che morì nel novembre del 1185, bensì del successore, Urbano III, eletto nello stesso giorno della morte di Lucio e deceduto nell’ottobre del 1187.

Il canonico Alessandro Crusini spostò dal 1186 all’ ‘87 l’effettiva canonizzazione di Galgano ma la attribuì al successore di Urbano, Gregorio VIII, eletto nell’ottobre del 1187 ma morto nel dicembre successivo, dopo nemmeno due mesi di pontificato.

Chi dunque ha ragione?

Teniamo presente che alla fine del XII secolo, l’apertura di un’inchiesta cognitiva per ordine del sommo pontefice da sé sola era una specie di tacito riconoscimento della santità, quantomeno perché si presupponeva che già fosse avvenuta un’inchiesta preliminare da parte del vescovo locale: il vescovo era il garante che la causa aveva fondamenti seri, ovvero che vi erano indizi di santità e prove della devozione di cui l’inquisito era oggetto. Del resto fino a quel momento non era ancora definita la procedura per l’affermazione della santità di qualcuno, e a garanzia di essa era spesso invocata soltanto la pubblica fama di santità.

È certo che il vescovo di Volterra Ugo, che aveva conosciuto Galgano in vita, avesse autorizzato la costruzione della cappella sul Montesiepi a custodia della tomba del santo e della sua spada; è possibile che avesse anche provveduto ad una prima inquisitio de vita, miraculis et fama sanctitatis di Galgano. Ed è certo anche che il suo successore, Ildebrando Pannocchieschi, abbia presieduto all’elevatio delle spoglie del cavaliere-eremita cioè al disseppellimento del cadavere, o di ciò che ne restava, per esporlo alla pubblica venerazione.

Sia la costruzione della cappella sia l’elevatio del cadavere, di per sé costituivano già il primo riconoscimento ufficiale della santità di Galgano, ma fra l’XI ed il XII secolo la Santa Sede aveva più volte avocato a sé l’ultima parola in merito al riconoscimento della santità dei fedeli.

È quindi possibile che il vescovo di Volterra, forse Ugo o forse il suo successore Ildebrando, o forse tutti e due, prima l’uno e poi l’altro, abbiano inviato al papa delle postulationes finalizzate ad ottenere l’apertura dell’inchiesta pontificia per la canonizzazione dell’eremita chiusdinese.

In tal caso sono del parere che papa Lucio III, nell’estate del 1185, abbia soltanto accolto le istanze del vescovo Ugo ed Ildebrando ed autorizzato l’apertura dell’inchiesta con la nomina dei commissari ma che non abbia proceduto alla canonizzazione.

Dal verbale del processo sappiamo che il nome di uno dei commissari «a summo pontifice delegati», delegati dal Sommo Pontefice, letto su uno dei tre sigilli che erano appesi al documento originale, era quello di Conradus episcopus. Nel 1914 lo storico Fedor Schneider nel suo insuperato studio degli atti del processo ha dimostrato che nel 1185 in Toscana non esistevano vescovi con questo nome ma che in quell’estate vi si trovava Corrado di Wittelsbach, cardinale vescovo della Sabina ed arcivescovo di Magonza per cui sembra certo che uno dei commissari pontifici possa essere stato proprio lui.urbanoiii

Nulla sappiamo degli altri due delegati pontifici; forse uno di essi fu il «magister Melior, titulo Sanctorum Iohannis et Pauli presbiter cardinalis» cioè il «Maestro Meliore cardinale prete del titolo dei Santi Giovanni e Paolo», che l’anonimo biografo cistercense cita tra coloro che «humiliter accesserunt», umilmente si recarono sul Montesiepi dopo il decesso di Galgano. Per il terzo commissario è possibile pensare allo stesso vescovo di Volterra Ildebrando.

Lucio III conobbe i risultati dell’inchiesta?

Se anche ciò avvenne, tenendo presente che la canonizzazione avvenne «essendo già trascorso lo spazio di cinque anni» dalla morte di Galgano, comunque non pare abbia potuto iscrivere l’eremita nel catalogo dei santi.

La canonizzazione allora è avvenuto o per opera di Urbano III nel 1186 o per quella di Gregorio VIII nel 1187.

 

Esiste tuttavia un’altra possibilità: Lucio III, che in quanto sommo pontefice era depositario del più alto potere di giurisdizione sulla Chiesa, avrebbe potuto fare ricorso ad una figura giuridica particolare, la cosiddetta jurisdictio delegata, conferendo alla stessa commissione la facoltà di procedere alla canonizzazione; in tal caso saremmo in presenza della cosiddetta canonizzazione in forma commissoria. In sostanza Lucio III potrebbe aver delegato allo stesso vescovo di Volterra ed ai due cardinali, Corrado e Meliore, lo stesso giudizio di santità altrimenti riservato al pontefice; questo spiegherebbe come nella documentazione più antica, sia taciuto il nome del pontefice e in quella successiva si sia fatto riferimento a lui. D’altra parte, dalla fine del XII secolo, quindi da pochi anni dopo la canonizzazione di Galgano, i sommi pontefici non hanno più concesso questa delega.

Il peso della Santa Messa

Il peso della Santa Messa

Il fatto seguente è stato raccontato a Suor Mary Veronica Murphy da un’anziana suora che l’ha sentita dalla viva voce del defunto Padre Stanislao, un sacerdote della congregazione del Sacro Cuore.

Un giorno, parecchi anni fa, in un piccolo villaggio del Lussemburgo, un capitano della Guardia Forestale era in vivace conversazione con il macellaio quando arrivò un’anziana signora.

Il macellaio chiese all’anziana signora: “Cosa vi servo, signora?”

“Un pezzetto di carne, ma non ho soldi per pagare.”

Il capitano trovò questo ridicolo.

“Solo un pezzetto di carne, ma come contraccambiate?”, disse il macellaio.

L’anziana signora disse allora al macellaio:

“Mi dispiace di non avere soldi, ma in cambio vi prometto di assistere alla messa per voi”.

Siccome il macellaio e il capitano erano indifferenti alla religione, cominciarono a ridere.

“Molto bene – disse il macellaio – Andate a messa per me, e ritornate, vi darò l’equivalente del valore della messa”.

La donna assistette dunque alla messa e ritornò subito. Ella si avvicinò alla cassa e il macellaio disse:

“Ora, vediamo, … ecco la carta, scrivete …”

La donna prese un pezzetto di carta e sopra vi scrisse: “Ho offerto la messa per te”.

Il macellaio pose la carta su un piatto della bilancia e sull’altra parte un osso: la carta era più pesante! In seguito, mise un pezzetto di carne al posto dell’osso, ma la carta era sempre più pesante!

I due uomini cominciarono ad avere vergogna della loro beffa ma continuarono il loro gioco. Fu posto un grosso pezzo di carne sulla bilancia ma la carta era sempre più pesante. Inquieto, il macellaio esaminò la bilancia, ma questa funzionava normalmente.

“Cosa vuole signora? Dovrei darle un’intera coscia di pecora?”.

Egli pose la coscia di pecora sulla bilancia, ma la carta era sempre più pesante. Mise un pezzo di carne ancora più grosso, ma il peso rimaneva sempre dalla parte della carta. Ciò impressionò talmente il macellaio che promise alla donna di darle la carne ogni giorno in cambio di una preghiera per lui durante la messa.

Egli poi si convertì.

Il capitano se ne andò anche lui molto scosso e da allora andò a messa ogni giorno. Due dei suoi figli divennero sacerdoti, uno Gesuita e l’altro fu sacerdote del Sacro Cuore.

Padre Stanislao finì di raccontare la sua storia dicendo:

“Sono un religioso del Sacro Cuore e il capitano era mio padre. Dopo questa dimostrazione, mio padre divenne fervente della messa quotidiana, e noi, suoi figli, abbiamo seguito il suo esempio”.

Andate a messa ogni giorno se potete, otterrete tutto e vi trasformerete.

Le celebrazioni dei santi nella chiesa di San Martino dal Cinquecento al Settecento (Bollettino 2014)

Le celebrazioni dei santi nella chiesa di San Martino dal Cinquecento al Settecento (Bollettino 2014)

Se noi scorriamo le pagine dei dsanMartinoue Libri di Ricordanze del monastero di San Martino in Chiusdino – sede di una comunità benedettina vallombrosana qua accolta dopo la decadenza della celebre abbazia di Santa Maria di Serena – che gli abati fecero redigere nei duecentodieci anni compresi fra il 1579 e il 1789, vi leggiamo come in quei due secoli si celebrassero delle feste con messe solenni, primi e secondi vespri, uffizi dei defunti e così via, la cui origine risale non già all’iniziativa dei monaci stessi ma a quella di alcune famiglie chiusdinesi.

La prima notizia in proposito è quella relativa alla solenne celebrazione della festa dell’Annunciazione, il 25 marzo, deliberata da Bernardino di Domenico Mancini da Volterra nel proprio testamento del 1519. Con questo atto, Bernardino obbligava i propri figli, Pietro e Meo, a versare annualmente cinque lire ciascuno per “fare ogni anno la festa della madonna di Marzo a di 25 di detto con messe et offizio”.

Nel 1544 Pietro Mancini, primogenito del defunto, confermò tale obbligo per le figlie, Caterina e Margherita, le quali avrebbe dovuto “a ogni anno far celebrare la festa della Nunziata della gloriosa Vergine Maria nella chiesa di Santo Martino, e per tal festa dare lire dieci”, un obbligo che passò poi ai discendenti di Caterina, i Petrucci, non senza aprire, purtroppo, un’incresciosa controversia.

Un secolo dopo, infatti, Galgano Petrucci, “non volse sborsare” le dieci lire per la festa, forse nella convinzione che con la scadenza di un secolo si fosse estinto l’obbligo contratto dai suoi antenati. L’abate di San Martino, don Benedetto Neri Catani, fu però di parere diverso e citò il Petrucci ottenendo il pagamento “per via di giustizia”.

La cosa non dev’essere stata ben digerita dal Petrucci se, una trentina di anni dopo, facendosi forte del fatto che nei testamenti degli avi non era specificato chi dovesse celebrare la festa, se i monaci di San Martino, cioè, o altri sacerdoti, né chi dovesse scegliere i celebranti, pretese “di chiamare i sacerdoti a suo modo, per non usar l’uso de Padri di Casa circa l’applicazione delle messe”. La controversia fu portata davanti al vescovo di Volterra, Carlo Filippo Sfondrati, che però sentenziò a favore dei monaci, non avendo il Petrucci “altro jus, che dare, e consegnare, al Predetto Abate pro tempore, lire dieci moneta per la messa Cantata e due messa piana, con due vesprj, è uffizio de morti la mattina seguente con tre messe parimenti de morti”.

La controversia finì lì se alla fine del Settecento, quando il monastero fu soppresso, si faceva ancora “la Festa della SS. Nunziata dei Sig.ri Petrucci”.

Naturalmente non tutte le famiglie che istituirono questo tipo di celebrazioni si trovarono in contrasto con i monaci ed anzi è da credere che, una volta istituita una festa, la famiglia tendesse a conservarla sia per devozione, sia per motivi di prestigio.

Così, abbiamo notizia che nella chiesa di San Martino si celebrasse, il 12 marzo di ogni anno, anche una festa di San Gregorio Magno, istituita nel 1610 con un lascito di duecento scudi da Vittorio di Deifebo Magni “cittadino senese, sibbene lungo tempo era stato à Roma, et habitato qui à Chiusdino”. Il Magni aveva all’uopo donato una tela raffigurante San Gregorio: quest’opera, purtroppo, è andata perduta – così come quella donata dalla vedova di Vittorio, Margherita Barbieri, raffigurante “un quadro di Cristo … dipintovi dentro il nostro Salvatore portante la croce in spalla” – presumo con la soppressione del monastero nel 1785 e la successiva dispersione del patrimonio di esso: non sono citate, infatti, nell’inventario compilato nell’ottobre del 1862.

Nel 1639 Ottavio Fabianelli, disponeva nel suo testamento l’istituzione della festa di Sant’Agata, il 5 febbraio di ogni anno. La famiglia Fabianelli, documentata dall’inizio del XVI secolo, non esiste più, si estinse infatti con le figlie di Ottavio, Anastasia, maritata in casa Petrucci, e Bartolomea, sposata Lenzi. Né Silvia Petrucci, figlia di Anastasia e moglie del notaio Galgano Mattei, né i numerosi fratelli Lenzi, figli di Bartolomea, risultano essere stati chiamati all’adempimento delle disposizioni testamentarie del proprio nonno materno cosicché presto la festa non fu più celebrata.

Nel 1728 Lavinia di Ansano Ricci lasciò una cospicua eredità (terreni, oliveti, boschi, bestie vaccine e duecento scudi) ai monaci con l’obbligo di celebrare ogni anno, nella chiesetta di Porta Piana, la festa di San Nicola da Tolentino, 1l 10 di settembre, “con l’intervento di tutti i sacerdoti del castello di Chiusdino, e due messe la settimana in perpetuo”, ma non si ha notizia che la gentildonna avesse lasciato ai propri discendenti o parenti l’obbligo di perpetuare la tradizione.

Della celebrazione della festa di Santa Apollonia, il 9 febbraio, si ha notizia dalla fine del Cinquecento: negli anni quaranta del Settecento ne risulta la sponsorizzazione da parte della famiglia Conti: “Per Santa Pollonia si è fatta la festa solita farsi della Casa Conti, con Messa cantata dal Rev.mo Sign. Abbate Margellini co l’assistenza del Sig. Proposto Mattei, cugino del Sig. Ottaviano e del Padre Priore Ceccarini davanti a l’Imagine che i deti Signori Conti havevano portato. Si è distribuito il pane à povari. La Messa si è fatta nella Chiesa nostra di S. Martino. Il pane a l’uscio dei Sig.i Conti fuor di Porta Piana”.

In realtà il nome esatto dell’abate è Bargellini: don Mansueto Bargellini fu abate di San Martino dal 1739 al 1755; il proposto Mattei e l’Ottaviano cui si accenna sono rispettivamente monsignor Innocenzo Amaddio Mattei, primo proposto di Chiusdino, e Ottaviano Conti, cugino di lui poiché le rispettive madri erano sorelle. Purtroppo, a causa della sciagurata distruzione dell’archivio Conti, non sappiamo né quando né perché questa famiglia abbia determinato di intervenire in questa festa.

Nelle pagine relative al governo dell’abate Ilarione Filippini, di San Marcello Pistoiese, protrattosi dal 1762 al ’67, si evincono notizie di varie altre celebrazioni, che tuttavia sembrano consuetudinarie e quindi risalenti a tempi precedenti, se di poco e di molto non è dato sapere.

Così, nel 1763 si ha memoria che il 13 dicembre si celebrava la festa di Santa Lucia “che fa la Casa Novellini”, una famiglia oriunda di Monticiano e trasferita a Chiusdino alla fine del Cinquecento.

Nel 1764 si ricorda per la prima volta una festa di Sant’Antonio Abate, il 17 gennaio, “che fa la casa Molendini”: fra il Sei ed il settecento, tre membri di questa famiglia, fa cui un sacerdote (Pier Anton Maria, “sacerdote molto degno, che per cinquanta annj e più” svolse il suo ministero a Chiusdino “con molto zelo, e carità”), portarono questo nome, segno evidente di una radicata devozione al santo ed è interessante notare che, in questo caso, siamo in presenza dell’unica celebrazione che, pur di origine privata, sia continuata anche dopo l’estinzione di questa famiglia nei Pometti, oggi Mori-Pometti, fino a tempi recenti.  

Nel 1765 si ha notizia di una festa di San Mattia Apostolo, il 24 di febbraio – o il 25, negl’anni bisestili – col canto dei primi e dei secondi vespri e della messa, “fatta da Signori Venturi”: un membro di questa famiglia, caporale delle milizie granducali di stanza a Chiusdino, vissuto nel Seicento, ebbe questo nome: fu lui ad iniziare la tradizione o esisteva già? Non lo sappiamo. Nello stesso anno si parla di una festa di San Giorgio, il 23 di aprile, patrocinata da casa Mattei – anche in questo caso fra il Sei ed il Settecento si riscontrano vari membri di questa stirpe, tutt’ora esistente a Chiusdino, che portarono questo nome, fra cui un arciprete di Boccheggiano – “con vespri e messa cantata toccandogli un’anno sì, e un’anno nò”;

Nel 1774 si ha memoria sia di una festa di San Francesco, il 4 di ottobre, ancora “festa di casa Novellini” sia di una festa di San Matteo Apostolo, il 21 di settembre, “solita farsi dalla casa Ceccharini”, altra famiglia estinta (negli Atticciati).

Or è noto che i fedeli, in tutte le epoche, hanno espresso la loro pietà attraverso donazioni alla Chiesa, alle parrocchie ed alle comunità monastiche, per gratitudine verso Nostro Signore (“per grazia ricevuta”, si sul dire), per soddisfare la propria devozione, per assicurare le preghiere per sé, per i propri congiunti, in vita, non meno che suffragi per la propria anima in morte; nei casi esaminati è evidente che accanto ad indubitabili sentimenti di devozione, alla necessità del suffragio per l’anima propria e quella dei defunti, l’istituzione o la sponsorizzazione di queste feste costituiva un momento di indubbia qualificazione sociale agl’occhi dei concittadini e di affermazione del proprio prestigio. Allo stesso tempo mi sembra che la tolleranza di questi interventi e il favore mostrati dalla comunità monastica, rispondano ad una duplice volontà, di controllare le espressioni della religiosità contro il pericolo di eresie, cioè, e di assicurarsi delle entrate regolari con cui soddisfare almeno in parte, il mantenimento dei monaci, degli edifici, degli altari, degli arredi, delle luminarie.

Lo stemma della Compagnia di San Galgano (Bollettino 2014)

Lo stemma della Compagnia di San Galgano (Bollettino 2014)

stemmaLo stemma dell’Inclita ed Insigne Compagnia di San Galgano, in termini araldici, si descrive “d’azzurro ad una croce d’argento gigliata all’antica e pieficcata, infissa in un monte di tre pezzi pure d’argento, accompagnata in fascia dalle lettere “S” e “G” sormontate dal segno di abbreviazione, il tutto d’argento”, incorniciato da una corona del santo rosario con cinquanta grani d’argento alternati, in gruppi di dieci, a cinque grani più grossi d’oro da cui pendono tre grani d’argento sostenenti un croce ottagona di rosso.

Iniziamo della descrizione dello scudo.

Il campo – cioè lo sfondo – è azzurro: tradizionalmente esso è il colore della Madonna, e quindi rimanda al sogno avuto da San Galgano in cui vide la Madre di Dio circondata dai dodici apostoli e che fu l’inizio della sua conversione, ma vuol alludere anche allo stemma di Chiusdino, il cui campo è appunto azzurro.

Sul campo si trova un monte composto da tre piccole mezzelune sovrapposte. Esso simboleggia la sommità del Monte Siepi.

Su di esso è infissa la celebre spada capovolta, e qui disegnata con le estremità gigliate. É ovviamente la spada che Galgano infisse sul terreno ma che, ad un certo punto, si disse infissa nella pietra a significare che la risoluzione di Galgano di intraprendere la sua vita eremitica si fondava su di una scelta d’amore per Nostro Signore Gesù Cristo, che è la pietra sulla quale ognuno di noi, secondo l’insegnamento del Vangelo, è chiamato a costruire la propria vita.

La spada capovolta ricorda la croce: nel disegno l’elsa e la guardia hanno la forma di gigli, questo significa che il legno della croce non è secco e sterile ma è fiorito e porta frutto, ovvero che la morte di Nostro Signore sulla croce ha attenuto per noi la vita eterna. È lo stesso motivo per cui il terribile strumento di sofferenza e di morte è divenuto il segno che tracciamo con devozione sul nostro corpo, che portiamo sovente al collo, che poniamo sulle tombe dei nostri cari …

Di qua e di là dalla spada, si leggono le lettere “S” e “G”, iniziali di “Sanctus Galganus”, San Galgano.

Sullo scudo si trova una corona regale che porta al suo centro la figura di un iris, che altro non è se non il celebre giglio fiorentino o, come si dice a Firenze, il giaggiolo, e la corona qui rappresentata è quella del Granducato di Toscana, di cui la Compagnia può fregiarsi grazie ad un privilegio concesso nel 1683 dal Granduca Cosimo III de’ Medici, insieme al doppio titolo di “Inclita ed Insigne”: “Inclita”, cioè nobile, illustre, gloriosa, ed “Insigne”, cioè distinta per i suoi pregi, per i suoi meriti, e degna di considerazione …

Tutto intorno allo scudo, sta una corona del Santo Rosario, per indicare che si tratta dell’emblema di un’associazione con fini di pietà e di carità.

Alla corona del Rosario è appesa una croce rossa con le estremità che si allargano verso l’esterno e terminano con due punte ciascuno: il colore rosso significa il sangue sparso da Gesù per la nostra redenzione e che noi stessi dovremmo essere pronti a versare per difendere la nostra Fede; le otto punte simboleggiano invece le otto beatitudini:

“Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli.
Beati gli afflitti, perché saranno consolati.
Beati i miti, perché erediteranno la terra.
Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati.
Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia.
Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio.
Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio.
Beati i perseguitati a causa della giustizia, perché di essi è il regno dei cieli”.

il beato Giacomo da Montieri (Bollettino 2014)

il beato Giacomo da Montieri (Bollettino 2014)

La lezione di un figlio spirituale dell’abbazia di San Galgano, nell’ottavo centenario della nascita: aprire il cuore a Gesù!

di Andrea Conti

BeatoGiacomoDue volte l’anno, a dicembre ed a luglio, Montieri festeggia il proprio patrono, il beato Giacomo, anzi, come dicono le più antiche biografie, Sancto Jacopo Murato, che è anche uno dei numerosi santi e beati legati all’abbazia cistercense di San Galgano.

Giacomo nacque a Montieri nel 1213. Cominciò prestissimo a lavorare nelle miniere d’argento di proprietà dei potentissimi vescovi di Volterra ed a trent’anni con altri giovani, scrive monsignor Rino Biondi nella sua biografia del beato, “o per sete di denaro, o perché inaspriti dai molti soprusi, dei quali essi stessi si consideravano vittime, si misero segretamente d’accordo per recarsi nottetempo a rubare l’argento in certi depositi che essi dovevano ben conoscere per consuetudine di lavoro”.

Ma il colpo fallì e “quando la pena di morte pareva oltremodo eccessiva e tuttavia si voleva rendere innocuo il malfattore e incutere spavento negli altri, si applicava la pena minore, ma pur sempre terribile, il cui solo nome desta in noi un raccapriccio istintivo: la mutilazione”. Giacomo subì il taglio della mano destra e del piede sinistro!

“Dopo il subbuglio dei primi giorni – è sempre monsignor Biondi che scrive – subentrò in lui una più moderata inquietudine e finalmente, alla luce di Dio, egli poté guardare fino in fondo la sua anima, come quando, giovanetto, si era specchiato nelle limpide acque di un ruscello. Il segno dell’interiore schiarita e del disgelo del cuore, che stava operandosi sotto l’influsso della grazia divina, furono le lacrime. Le molte lacrime furono, fin da principio, straordinariamente benefiche e purificatrici. Tolsero al povero mutilato il senso oppressivo di essere ormai spedito, di non servire più a niente, e dissipando dalla sua mente ogni funesto pensiero, gli rivelarono quello che d’ora in poi poteva e doveva fare: espiare volontariamente davanti a Dio, riparare in qualche degna maniera davanti agli uomini”.

“Persuaso di ciò, il pio convertito non frappose più indugi, ma fin d’allora, formulò nel segreto del cuore l’arduo voto: farsi recluso volontario e passare segregato dal mondo tutto il resto della sua vita”.

“Tuttavia, per realizzarla nel modo voluto dalle leggi canoniche, doveva anch’egli appoggiarsi al monastero più vicino; e lì, il più vicino, il più in vista (anche materialmcnte, perché da Montieri, come da un aereo balcone, era facile scorgerlo giù in fondo al pian della Merse) era quello: San Galgano. Non era possibile ignorarlo”.

“Da parte di Giacomo c’era soprattutto l’ammirazione per il Santo ch’egli poteva considerare quasi suo conterraneo e affine a sé, perché passato dalle colpe di gioventù alle austerità della vita solitaria” ma ad essa “si aggiungeva la stima per la Badia di stretta osservanza e il bisogno, da lui umilmente e profondamente sentito, di attingere a una fonte di genuina spiritualità, prima di affrontare le asprezze della reclusione”. 
“Sarà stato davvero laggiù il Beato a istruirsi nelle monastiche discipline? Rispondiamo: – La cosa non è documentabile, ma neanche inverosimile; anzi, trova il suo appoggio, come abbiamo già detto, nella tradizione e nella disciplina della Chiesa. E per giunta, più vi pensiamo più ci convinceremo che un simile tirocinio era assolutamente necessario al nostro Penitente. Avendo egli fino a ieri seguito il mondo, l’improvvisa conversione non poteva supplire a tutto, ne aprirgli tutti in una volta gli arcani della vita contemplativa. Gli occorreva una preparazione, e questa, da solo, non poteva farla; mentre la Badia era lì, come uno scrigno nuovo, fornito degli incomparabili tesori della spiritualità cistercense”.

Terminato il periodo di prova, Giacomo, presente l’abate di S. Galgano, fece il suo ingresso in una piccola cella costruita accanto alla chiesa di San Giacomo Apostolo, sul poggio di Montieri.

Giacomo visse come volontario recluso, conducendo una vita di solitudine, silenzio, preghiera, penitenza, per più di quarant’anni, operando miracoli e per lunghissimi periodi non vivendo nient’altro che dell’eucaristia, finché il 28 dicembre 1289, mentre si celebrava la festa dei Santi Innocenti, all’età di settantasei anni, lasciò questa terra per la gloria del Paradiso.

L’ammirazione per lui vivo si trasformò in culto una volta morto. Non ci fu mai un processo di canonizzazione ma all’epoca la disciplina per il riconoscimento della santità di un fedele non era stata codificata così come oggi: bastò ai montierini la memoria degl’anni che Giacomo aveva trascorsa in preghiera e penitenza e i miracoli che avvenivano per sua intercessione mantennero nel popolo questo ricordo e lo alimentarono. Il culto del beato è quindi precocissimo: i montierini decisero da subito di onorarne i resti mortali esposti da subito alla pubblica venerazione, e di custodirne le varie memorie, fra cui la cella dov’era vissuto e già cinquant’anni dopo la morte del beato è documentata a Montieri una confraternita istituita in suo onore e col fine di tenerne desti la memoria e il culto, l’Opera di Sancto Jacopo Murato che esiste tutt’ora.

Il corpo è custodito in un’urna sontuosa, sull’altar maggiore della chiesa parrocchiale dei Santi Michele e Paolo di Montieri: una delle ricognizioni delle reliquie del santo, fatta nel 1694, fu presieduta da monsignor Lorenzo Politi, protonotario apostolico e all’epoca arciprete di Montieri, che era però di Chiusdino!, e ciò col fine di estrarne alcune reliquie da inviare al cardinale Francesco Maria de’ Medici che gliene aveva fatto richiesta.

La Santa Chiesa, madre de’ santi, scrive il Manzoni negl’Inni sacri, tramite il pontefice Pio VI, nel 1798 ne ratificò solennemente il culto ab immemorabili.

L’anno scorso, nel 2013, ricorrendo l’ottavo centenario della nascita del beato, i festeggiamenti, organizzati dall’attuale arciprete monsignor Orazio Ciampoli e dai suoi collaboratori, sono stati particolarmente solenni. Essi son giunti al loro culmine con la visita di sua eminenza il cardinale Angelo Comastri, arciprete della patriarcale basilica vaticana di San Pietro e vicario di Sua Santità per la Città del Vaticano.

Ed al cardinal Comastri dobbiamo le parole che seguono, nella quale sintetizza il messaggio di questo santo: “Sono convinto che la principale causa dello sbandamento dell’attuale società sta nei modelli sbagliati ai quali la gente e, soprattutto, i giovani guardano per progettare e sognare la loro vita. Quali sono i modelli a cui oggi guarda la gente? Sono le persone di successo, le quali, molto spesso, sono corrotto, sono senza principi morali, sono caratterizzate da una vita disordinata e guidata soltanto dal capriccio e dall’egoismo. Seguendo questi esempi abbiamo il mondo che vediamo, un mondo sbandato e scontento, perché si è spenta la luce della Fede, che è l’unica lice che dà senso alla vita e illumina il cammino della vita e lo rende bello e felice”.

“È necessario invertire la rotta – ha proseguito il cardinale – ce lo grida la storia del beato Giacomo da Montieri. Egli, da giovane, sentì come tanti la suggestione del denaro, la voglia di possedere, di godere e arrivò a progettare un furto che sconvolse la sua vita. Tutto poteva finire nel buio di una galera (e, allora, erano veramente buie le prigioni), di lui la storia poteva non lasciare traccia, se non il vago ricordo di uno dei tanti furfanti che appaiono e scompaiono nello scenario del mondo”; “Non è stato così! Perché? perché Giacomo ha aperto il cuore a Gesù: all’unico che può trarci fuori dalle catene della cattiveria e può ricostruire il senso della vita in qualsiasi situazione, anche nella situazione più disperata”.

“La lezione è chiara – ha concluso il cardinale – se vogliamo che i nostri giovani non diventino come le lumache che lasciano dietro di sé soltanto la scia insignificante di una bava (e accade spesso!), dobbiamo aiutarli a costruire la vita sulla roccia sicura della Fede in Dio!”. 

Il peso della Santa Messa (Bollettino 2014)

Il peso della Santa Messa (Bollettino 2014)

Il fatto seguente è stato raccontato a Suor Mary Veronica Murphy da un’anziana suora che l’ha sentita dalla viva voce del defunto Padre Stanislao, un sacerdote della congregazione del Sacro Cuore.

Un giorno, parecchi anni fa, in un piccolo villaggio del Lussemburgo, un capitano della Guardia Forestale era in vivace conversazione con il macellaio quando arrivò un’anziana signora.

Il macellaio chiese all’anziana signora: “Cosa vi servo, signora?”

“Un pezzetto di carne, ma non ho soldi per pagare.”

Il capitano trovò questo ridicolo.

“Solo un pezzetto di carne, ma come contraccambiate?”,  disse il macellaio.

L’anziana signora disse allora al macellaio:

“Mi dispiace di non avere soldi, ma in cambio vi prometto di assistere alla messa per voi”.

Siccome il macellaio e il capitano erano indifferenti alla religione, cominciarono a ridere.

“Molto bene – disse il macellaio – Andate a messa per me, e ritornate, vi darò l’equivalente del valore della messa”.

La donna assistette dunque alla messa e ritornò subito. Ella si avvicinò alla cassa e il macellaio disse:

“Ora, vediamo, …  ecco la carta, scrivete …”

La donna prese un pezzetto di carta e sopra vi scrisse:  “Ho offerto la messa per te”. 

Il macellaio pose la carta su un piatto della bilancia e sull’altra parte un osso: la carta era più pesante! In seguito, mise un pezzetto di carne al posto dell’osso, ma la carta era sempre più pesante!

I due uomini cominciarono ad avere vergogna della loro beffa ma continuarono il loro gioco. Fu posto un grosso pezzo di carne sulla bilancia  ma la carta era sempre più pesante. Inquieto, il macellaio esaminò la bilancia, ma questa funzionava normalmente. 

“Cosa vuole signora?  Dovrei darle un’intera coscia di pecora?”.

Egli pose la coscia di pecora sulla bilancia, ma la carta era sempre più pesante.  Mise un pezzo di carne ancora più grosso, ma il peso rimaneva sempre dalla parte della carta. Ciò impressionò talmente il macellaio che promise alla donna di darle la carne ogni giorno in cambio di una preghiera per lui durante la messa.

Egli poi si convertì.

Il capitano se ne andò anche lui molto scosso e da allora andò a messa ogni giorno. Due dei suoi figli divennero sacerdoti, uno Gesuita e l’altro fu sacerdote del Sacro Cuore.

Padre Stanislao finì di raccontare la sua storia dicendo:

“Sono un religioso del Sacro Cuore e il capitano era mio padre. Dopo questa dimostrazione, mio padre divenne  fervente della messa quotidiana, e noi, suoi figli, abbiamo seguito il suo esempio”.

Andate a messa ogni giorno se potete, otterrete tutto e vi trasformerete.

La canonizzazione di San Galgano (2 parte) (Bollettino 2014)

La canonizzazione di San Galgano

i protagonisti: il Vescovo Ildebrando Pannocchieschi,il Cardinale Corrado di Wittelsbach, il Cardinale Melior

di Andrea Conti

(seconda parte)

CorradoWittelsbach

Nel numero 11 del nostro giornalino, distribuito a dicembre del 2012, abbiamo indagato su quale pontefice avesse riconosciuto a Galgano la gloria degli altari fra i tre che gli storici indicano come protagonisti dell’evento, cioè Lucio III, Urbano III e Gregorio VIII, e siam giunti a non escludere la possibilità di una canonizzazione in forma commissoria. Vediamo oggi di conoscere meglio chi fossero i delegati del pontefice – chiunque egli sia stato – che indagarono sulla vita, sui miracoli e la fama di santità del nostro glorioso concittadino e celeste patrono permettendone la canonizzazione.

I pellegrinaggi che si compivano verso il Montesiepi e i miracoli che avvenivano per l’intercessione di Galgano, attirarono l’attenzione del vescovo di Volterra, Ugo, che sappiamo aver conosciuto l’eremita quand’egli era ancora in vita. Poco dopo la morte di Galgano il vescovo Ugo si recò sul Montesiepi evidentemente per condurre una prima indagine conoscitiva delle virtù e dei miracoli del santo: il converso Strinato che aveva vissuto con Galgano sul Montesiepi raccontò infatti che un lebbroso miracolosamente guarito dal santo, era stato «in eodem loco», «nello stesso luogo», cioè sul Montesiepi, interrogato dal vescovo stesso «diligenti investigatione», «con una scrupolosa indagine».

L’indagine condotta dal vescovo deve aver avuto esiti positivi se egli autorizzò la costruzione di una cappella a custodia delle reliquie e delle memorie del santo: la notizia si legge nella più antica biografia del santo in nostro possesso, quella redatta nella prima metà del Duecento da un anonimo monaco cistercense. In tal caso, considerando che al momento del processo di canonizzazione – collocato fra la seconda metà del 1185 e la prima metà dell’ ’86 – la cappella era già terminata, la visita del vescovo Ugo alla comunità di Montesiepi non può essere avvenuta che in epoca molto vicina alla morte del santo, forse già nel 1182 o ’83 e senz’altro prima dell’8 settembre 1184, giorno della morte del vescovo.

Potrebbe allora essere stato proprio il vescovo Ugo ad iniziare l’iter canonico per il riconoscimento della santità di Galgano, un anno o due dopo la morte dell’eremita ma non è possibile sapere se già Ugo avesse inviato al papa delle postulationes finalizzate a tale scopo o non piuttosto sia stato il suo successore, Ildebrando Pannocchieschi.

Su sollecitazione del vescovo di Volterra (Ugo, forse, o Ildebrando) si può ritenere che già papa Lucio III abbia nominato, con il compito di verificare la santità del giovane chiusdinese, quei tre commissari davanti ai quali si presentarono i venti testimoni che, dopo aver giurato sui santi Vangeli, esposero quello che era a loro conoscenza «della vita e delle azioni di Galgano e dei miracoli dallo stesso compiuti per volontà divina prima della morte e dopo la morte»: la madre stessa di Galgano, Dionisia, innanzi tutto, e poi Giovanni da Chiusdino, Girardino di Bindo, Petruccio di Montarrenti, Viviano comes de Tegona, Martino de Gualtra, Martino di Fogari, Guido de Canneto, Andrea de Mulutiano, Giovanni di Montepulciano, Ermanno di Frosini, Azzo di Montepulciano, Pagano de Nocetia, Girardino di Castiglione iuxta Umbronem, Guglielmo de Laverona, Paganello di Monticiano, Ghiottone di Chiusdino, il converso Strinato, il prete Isacco, Enrico di Orgia.

Il sacerdote e storico senese Sigismondo Tizio all’inizio del Cinquecento studiò gli atti del processo di canonizzazione e li trascrisse all’interno del primo dei sette volumi delle sue Historiae Senenses; da lui sappiamo che il documento consisteva in una pergamena cui erano appesi tre sigilli di ceralacca, quelli, evidentemente, dei legati pontifici: su di uno, quello nel mezzo, si riconosceva l’immagine d’un vescovo e si leggeva chiaramente “sigillum Conradi episcopi”, sigillo di Corrado vescovo; su di un altro si leggevano soltanto alcune lettere “ …anis” e sul terzo infine, non si poteva più leggere alcunché.

Il grande storico tedesco Fëdor Schneider ha ampiamente dimostrato che in Toscana non esistevano nel 1185 /’86 vescovi di nome Corrado ma che nella regione, in estate, è documentata la presenza di Corrado di Wittelsbach, cardinale vescovo della Sabina ed arcivescovo di Magonza ed in questo prelato egli ha identificato il Conradus citato nel sigillo con costui.

Il cardinale Corrado di Wittelsbach si trovava all’epoca al seguito dell’imperatore Federico I Barbarossa, il quale stava attraversando l’Italia con lo scopo di concludere il matrimonio fra il proprio figlio Enrico e la principessa Costanza d’Altavilla, figlia postuma di Ruggero II re di Sicilia, di ben poca avvenenza e pure di dieci anni più vecchia del futuro marito ma col pregio di portare in dote uno dei più bei regni d’Europa: all’inizio dell’estate del 1185 Federico si era incontrato a Verona col papa Lucio III: è possibile che sia stata questa l’occasione in cui il pontefice abbia incaricato il cardinale Corrado di Wittelsbach di far parte della commissione che accertasse la santità di vita e l’autenticità dei miracoli di Galgano.

Corrado di Wittelsbach, arcivescovo di Magonza e cardinale vescovo della Sabina era uno dei prelati più importanti del suo tempo: la nobiltà dei natali (il cardinale era figlio del conte di Wittelsbach e fratello del duca di Baviera), l’amore per la cultura, la pazienza nelle avversità, la capacità di saper conoscere l’animo degli uomini, la mansuetudine del carattere, la perseveranza nel perseguire sempre la pace e la giustizia, la naturale disposizione al perdono, gli fecero godere della stima dei due più grandi papi dell’epoca, Alessandro III ed Innocenzo III.

Conseguito il grado universitario di magister, che ne faceva uno dei pochissimi prelati veramente colti dei suoi tempi, nel 1160 fu eletto arcivescovo di Magonza ma solo quattro anni dopo ne fu scacciato da Federico Barbarossa a causa del suo attaccamento al papa Alessandro III. Corrado da allora in poi datò ogni sua lettera aggiungendovi il calcolo degli anni dalla sua elezione all’arcivescovato e quello dal suo esilio.

Allontanato dalla patria e dalla diocesi, Corrado raggiunse l’Italia e vi trascorse diciotto anni prima di far ritorno in Germania; Alessandro III lo creò cardinale facendo di lui – si dice – il primo tedesco ad essere stato elevato alla porpora cardinalizia. Nel 1180, nell’ambito della rappacificazione fra il papa e l’imperatore, fu reintegrato nella sede vescovile di Magonza: l’imperturbabile Corrado aggiunse alla data delle sue lettere anche il calcolo degli anni dal suo ritorno.

Dopo aver reso altri servigi alla Santa Sede Apostolica ed aver addirittura partecipato alla terza crociata, il cardinale Corrado di Wittelsbach morì il 25 ottobre del 1200. Il suo corpo riposa nel duomo di Magonza.

Nulla sappiamo degli altri due delegati pontifici.

Nel mio libro La spada e la roccia del 2007 ho ipotizzato che uno di essi fosse il «magister Melior, titulo Sanctorum Iohannis et Pauli presbiter cardinalis», ovvero Maestro Migliore, cardinale prete del titolo dei Santi Giovanni e Paolo, che l’anonimo monaco cistercense che redasse la più antica Vita del santo cita tra coloro che «humiliter accesserunt», umilmente si recarono sul Montesiepi, dopo il decesso di Galgano. Migliore, pisano, già monaco vallombrosano e magister decretorum, docente di diritto canonico, cioè, fu creato cardinale da Lucio III stesso nell’aprile del 1185 – quando giunse a Montesiepi era dunque di fresca nomina! – e dal pontefice nominato camerario, più o meno tesoriere, di Santa Romana Chiesa. Anche dopo la morte di Lucio, i pontefici si servirono della collaborazione di questo insigne canonista. È importante ricordare anche che Migliore svolse importanti missioni come legato papale in Francia (I negoziati di pace tra Francia ed Inghilterra del 1193, contengono la sua firma), tanto il celebre storico della Chiesa, il domenicano padre Alfonso Chacón credette e scrisse che fosse francese: il legame tra la fondazione galganiana ed i monaci cistercensi che negl’anni novanta del Millecento giunsero sul Montesiepi, forse potrebbero trovarsi proprio qui.

Il cardinal Migliore morì in Francia si crede verso la fine del 1197 o comunque entro i primi sei mesi del 1198.

Per il terzo commissario è naturale pensare allo stesso vescovo di Volterra, Ildebrando.MitriaWittelsbach

Appartenente alla nobile famiglia dei Pannochieschi, Ildebrando divenne vescovo di Volterra verso la fine del 1184 o l’inizio del 1185 e mantenne la cattedra episcopale fino alla morte, avvenuta nel 1211. Dal 1150 al 1170 il vescovo di Volterra era suo zio Galgano, quello da cui il nostro santo deriva il suo nome.

Morto il vescovo Galgano – ucciso durante una sommossa – Ildebrando, all’epoca canonico della cattedrale, entrò in opposizione col nuovo vescovo Ugo: nel lungo contrasto fra papa Alessandro III e l’imperatore Federico Barbarossa, Ugo sostenne infatti apertamente il pontefice osteggiando la feudalità volterrana, mentre Ildebrando militò sul fronte opposto, giungendo ad appoggiare anche gli pseudopapi di nomina imperiale. Ma Ugo era vissuto e morto in fama di conclamata santità (Ed è stato infatti canonizzato) e questo, in qualche modo, dette da subito forza alle idee della sua fazione.

Una volta assiso sulla cattedra episcopale, Ildebrando riprese la politica filo-imperiale interrotta dall’episcopato di Ugo; accogliere l’eredità di quest’ultimo, peraltro col precipuo intento di opporsi a ciò che il santo vescovo aveva rappresentato, per Ildebrando non poteva essere semplice. In soccorso al suo progetto di rafforzare sia il potere imperiale nel territorio volterrano sia quello della propria famiglia, venne inconsapevolmente un lontano cavaliere eremita, Galgano da Chiusdino: il giovane infatti proveniva da quei milites che erano strettamente legati da vincoli feudali al vescovo, per cui con la sua elevazione all’onore degli altari, Ildebrando avrebbe sia celebrato le classi sociali che sostenevano il suo potere e nello stesso tempo conferito maggiore dignità alle proprie scelte politiche.

Non solo: Galgano, che aveva abbandonato l’esercizio delle armi per dedicarsi al più duro ascetismo, che in una società in preda a guerre partigiane e a violenze di ogni genere, liberava i prigionieri dalle mani dei carcerieri e li salvava dalle mani dei tirannelli locali, come molti testimoni sostenevano essere avvenuto, diventava in un certo senso, il santo patrono di un nuovo ordine, quello che era stato inaugurato a Verona, dalla conciliazione avvenuta tra l’imperatore Federico Barbarossa ed il papa.

Tutto ciò senza nulla togliere alla indubitabile santità di Galgano.

Speciosa Imago (Bollettino 2014)

Speciosa Imago, l’iconografia di San Galgano

Speciosa-ImagoGiunge in libreria il volume Speciosa Imago: l’iconografia di San Galgano dal XIII al XVIII secolo, edito da Nuova Immagine, di Siena.

Ha scritto nella presentazione del volume il nostro Priore, Prof. Andrea Conti – che del volume è anche il curatore, nell’ambito di un team di studioso altamente qualificati – che Galgano da Chiusdino cavaliere ed eremita vissuto nella se­conda metà del XII secolo, è senza dubbio un personaggio storico di grande interesse: accolto nel canone dei santi a distanza di un quinquennio dalla morte, egli è l’ispiratore di due fra le più significative emergenze artistiche del territorio senese, l’eremo di Montesiepi e la grande abbazia a lui dedicata.

Il volume raccoglie le relazioni presentate al convengo tenuto a Chiusdino nel maggio del 2013 con lo scopo di analizzare il più ampio panorama possibile dell’iconografia di lui, con particolare riferimento alla produzione artistica espressa fra il XIII e il XVIII secolo.

Come per la conoscenza del santo è fondamentale lo studio delle fonti documentarie medievali e non meno importante quello delle biografie prodotte fra il Cinquecento e il Novecento, con le stesse finalità si è posto accanto all’indagine del vasto corpus agiografico galganiano, lo studio dell’altrettanto vasto corpus iconografico ispirato dal cavaliere eremita chiusdinese, tangibile testimonianza di un culto religioso, civico ed identitario, che non ha mai conosciuto declino o dimensionamento.

Caratterizzato dalla profondità con cui l’analisi del patrimonio iconico si è confrontata con le fonti e la letteratura agiografica e con i più accreditati saggi storico-critici, i contributi si distinguono per il dialogo che i vari relatori hanno intessuto fra di loro nella ricerca di una sintesi esegetica che consentisse una ricostruzione dei dati storico-biografici e cultuali della figura di san Galgano nella maniera scientificamente e perciò culturalmente non di meno che spiritualmente, più corretta ed efficace.

presentazione a Chiusdino del volume “Speciosa Imago, l’iconografia di San Galgano”

Speciosa Imago, l’iconografia di San Galgano

L’Amministrazione Comunale di Chiusdino in collaborazione con la nostra Compagnia e l’Accademia di San Galgano

presenta il volume SPECIOSA IMAGO: 
L’ iconografia di San Galgano dal XII all XVII secolo

Chiusdino, p.zza del Plebiscito

mercoledì 6 agosto 2014

ore 21.00

a cura di Andrea Conti

Nuova Immagine Editrice

con contributi di
Raffaele Argenziano
Marco Ciampolini
Elisabetta Cioni
Silvia Colucci
Alberto Cornice
Vincenzo Di Gennaro
Luca Fiorentino
Alessandra Gianni
Fabio Mirulla
Michele Occhioni
Eugenio Susi