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La leggenda del tetto di piombo (CdSG 3/09)

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Il tetto di piombo della chiesa di San Galgano:

leggende metropolitane e verità storica

 

Con il termine “leggenda metropolitana” si intende una storia insolita e/o curiosa raccontata dalla gente, che acquista credibilità passando di bocca in bocca. Si tratta quasi sempre di un fatto non reale ma presentato come realmente accaduto: gli argomenti descritti da questi racconti sono verosimili e spesso curiosi, il che stimola a ricordarli e incentiva la voglia di diffonderli e raccontarli ai propri conoscenti. Le persone che raccontano una leggenda metropolitana non lo fanno in malafede: esse sono vittime del fenomeno, collaboratori involontari della diffusione della dicerìa di turno, convinte della veridicità di quanto affermano e questo perché la natura stessa della leggenda metropolitana consente un margine di credibilità.

Qualcosa di simile è avvenuto per quanto riguarda il famoso tetto dell’abbazia di San Galgano: nella vulgata popolare ed anche in numerose pubblicazioni su questo complesso monumentale, si legge che il tetto della grande chiesa abbaziale non esiste più, perché, essendo fatto di piombo, fu rimosso e venduto da uno degli abati commendatari.

Innanzitutto è indispensabile chiarire un grande equivoco: non fu il tetto della grande chiesa abbaziale a valle ad essere coperto di piombo, bensì la cupola dell’eremo, cioè della cappella rotonda sul Monte Siepi.

La cappella ha forma cilindrica, ed è sovrastata da una cupola; chi entra nella cappella può ammirarne tutta la bellezza: ventiquattro cerchi concentrici, dodici bianchi e dodici rossi, che creano l’illusione di una scala che sale verso il cielo. Ma se dall’interno della cappella la cupola è chiaramente visibile, all’esterno essa è nascosta da un tamburo sormontato da un tetto a capanna. Origi­nariamente tuttavia la cupola era visibile anche dall’esterno; di ciò esi­stono due testimonianze pittoriche, la prima è contenuta in una tavoletta di Matteo di Bartolo, della fine del XIV secolo, esposta nel Museo Nazionale di San Matteo di Pisa, l’altra si trova in un polit­tico di Gio­vanni di Paolo, della metà del XV secolo, conser­vato nella Pinacoteca Nazionale di Siena.

Come detto la cupola era rivestita originariamente di lamine di piombo e tale rimase fino al 1554, quando il governo della Repubblica di Siena ordinò la rimozione del piombo, forse per farne munizioni per sostenere la guerra contro Firenze, o quanto meno per evitare che i fiorentini se ne servissero per analogo scopo contro i senesi.

Di questo ordine impartito alle autorità chiusdinesi dalle supreme magistrature senesi, esistono testimonianze inoppugnabili nell’Archivio di Stato di Siena, nella sezione che conserva i docu­menti della “Balìa”, cioè del maggior organo di governo dell’antica Repubblica di Siena: fra l’aprile ed il giugno del 1554, vi fu infatti una fitta corrispondenza fra gli ufficiali di Balìa e Deifebo Magni, podestà di Chiusdino, affinché fosse asportata la copertura della cupola della cappella di San Galgano, che era appunto in piombo, perché non se ne servissero i nemici, e sostituita con tegole e docci (Archivio di Stato di Siena, Balìa, 470, c. 287; 767, n. 28; idem, n. 43).

Purtroppo in quegli stessi anni l’abbazia era governata da un pessimo soggetto, monsignor Giovanni Andrea Vitelli-Ghiandaroni.

Succeduto nel 1538 allo zio paterno, Girolamo, nell’ufficio di abate commendatario di San Galgano (Pare però che Andrea non fosse nipote ma figlio illegittimo di Girolamo, il quale, nominato dal Papa nuovo arcivescovo di Amalfi, ne fu scacciato dal clero e dai fedeli disgustati dai suoi scandalosi costumi ... insomma, sembrerebbe trattarsi di due personcine a modo!), il Vitelli-Ghiandaroni, ha lasciato un pessimo ricordo di sé, sempre avvolto, come fu, in truffe, liti, denunce: monsignor Giovanni Battista Castelli, che nel 1576 visitò la diocesi di Volterra per ordine di Papa Gregorio XIII, scrisse di quest’abate che “facendosi hor frate hor prete et essendo, si può dire, ingrassato nelle liti et nelle prigioni è di già esercitato assai nel andar fuggendo da tutte le jurisditioni, con poco timore così di Dio come degli huomini”.

La fama di questo indegno prelato fu tale che nelle epoche successive si ritenne che il responsabile dello smantellamento della copertura della cupola, fosse proprio lui.

La prima notizia a tal riguardo la trovo in un libro contenente le biografie degli uomini illustri della città di Siena, dal titolo “Le Pompe Sanesi”, scritto nel 1649 da un frate domenicano, Padre Isidoro Ugurgieri Azzolini; a pag. 179, a proposito di Girolamo Vitelli-Ghiandaroni, egli scrive che “essendo questo, ò un suo nipote Abbate commendatario dell’Abbadia di S. Galgano [...] vendette il Piombo, con il quale quella Chiesa di San Galgano era ricoperta”.

Qua sono evidenti due cose: la prima, che l’Ugurgieri non ci dice assolutamente quali dei Vitelli- Ghiandaroni, abbia venduto il tetto; la seconda, che non specifichi a quale delle due chiese dedicate a San Galgano, cioè la cappella di Montesiepi e la grande chiesa abbaziale, appartenesse questa copertura che, a suo dire, sarebbe stata venduta.

Comunque, il dado era tratto.

Il testo dell’Ugurgieri fu ripreso un’ottantina di anni dopo, da Girolamo Gigli, nel suo “Diario Senese”, pubblicato a Lucca nel 1723.

A pagina 502, il Gigli scrive che “il Vitelli già commendatario vendette il piombo, di cui era ricoperto il tetto della Chiesa”; come ben si vede anche qui non è specificato di quale tetto si trattasse; ma il Gigli, poco dopo, a pag. 509, ci dice trattarsi del “tetto del Tempio”, quindi di quello della grande chiesa a valle: “Questo – continua il Gigli – avvenne a questa Abbadia per non osservarsi più quello che da’ Sanesi con tanta religiosità era stato deliberato, ed era di proteggere, e mantenere di continuo questo Santo Luogo”. Quest’ultima osservazione del Gigli è quanto mai interessante, perché non sappiamo che lo smantellamento del piombo avvenne proprio su deliberazione dei magistrati della Repubblica di Siena, esattamente il contrario di quanto egli afferma!

Le affermazioni del Gigli furono riprese nel 1891 dall’architetto Camille Louis Désiré Enlart, nel suo studio “L’Abbaye de san Galgano près de Sienne au trezième siècle”, il quale scrisse che “les abbés commendataires […] ils consommèrent promptement la ruine de l’abbaye ; à la fin du XVIème siècle, l’un d’eux, Vitelli, vendait les plombs du toit de l’église”.

Se leggiamo lo studio dell’Enlart, vediamo che egli rimanda ad un testo di Uberto Benvoglienti che sarebbe citato dal Gigli, ma il Gigli cita in realtà un testo di Isidoro Ugurgieri-Azzolini, e lo dice: “questo racconto del P. Ugurgieri”; dunque la confusione su questo episodio è di casa.

Nel 1896 l’architetto Antonio Canestrelli, nel suo bel libro “L’Abbazia di San Galgano; monografia storico-artistica con documenti inediti”, diede alla luce un documento, probabilmente redatto da un monaco cistercense contemporaneo al Vitelli, e reperito nell’Archivio di Stato di Firenze, in cui si poteva leggere che questo abate era ritenuto responsabile di aver “lasciato usurpare molti beni, cadere i poderi, alienare, impegnare ciò che v’era di buono, et quel ch’è peggio vendere il piombo che copriva tutta la cupola della chiesa stessa e della cappella del miracolo di San Galgano” (pag. 44).

Come ben si vede, il documento dice due cose importanti: la prima, che non fu il Vitelli a togliere la copertura di piombo ed a venderla, ma solo che egli aveva lasciato che altri lo facesse (Il testo è chiaro: “lasciato usurpare ... cadere ... alienare ... impegnare ... vendere il piombo ...”), e chi erano questi altri noi ormai lo sappiamo: i magistrati dalla Repubblica di Siena; la seconda, che la copertura riguardava la cupola “della cappella del miracolo”, cioè di Montesiepi, essendo il miracolo cui si fa riferimento, quello dell’infissione della spada nella roccia.

Tre anni dopo il libro del Canestrelli, la notizia viene ripresa da Luigi Felli ma male interpretata: nel suo opuscolo del titolo “Cenni storici di Chiusdino e contorni”, pubblicato dalla tipografia Trafieri di Chiusdino nel 1899, egli scrisse esattamente: “uno di questi [Il Felli si riferisce ad innominati “potenti cardinali”, ignorando che nessuno dei due Vitelli, zio e nipote, lo fosse] vendè perfino il piombo di cui era coperto il tetto della chiesa, per far quattrini, onde mantenere il lusso e le bagascie” (pag. 24).

Ancora nel 1903 da Giuseppe Seniori-Costantini nella sua “Vita di San Galgano con illustrazioni, laudi sacre e novena”, pubblicata a cura della nostra Compagnia, scrisse: “Questo Abate Commen­datario [il Vitelli-Ghiandaroni] fece gran danno all’Abbazia [...] vendé perfino il piombo che co­priva la cupola della chiesa di San Galgano” (pag. 120).

Da allora questa leggenda è stata ripetuta acriticamente – ma, è doveroso riconoscerlo, anche con una certa superficialità – da altri che si sono occupati dei complessi monumentali di Monte Siepi, della cappella rotonda e della grande abbazia, tanto che ancora oggi, in varie pubblicazioni su San Galgano, sui luoghi e sulle memorie galganiane, è possibile leggere questa notizia, che in realtà è del tutto inesatta.

Non possiamo non domandarci come sia stato pos­sibile cadere in questo equivoco?

La risposta è semplice: il passato aveva tramandato la notizia di una copertura di piombo della chiesa dell’abbazia di San Galgano e di uno smantellamento di questa copertura. Ora, la cappella di Monte Siepi il tetto ce lo aveva, e ce lo ha ancora, ed a prima vista non sembra che alcuno lo abbia deturpato. Viceversa più in basso, il tetto della grande chiesa abbaziale era già pericolante verso la metà del Seicento, quando scriveva il Padre Ugurgieri-Azzolini, ed ancora all’inizio del Settecento, quando scriveva Girolamo Gigli. Nel 1789 il tetto crollò: alla fine dell’Ottocento ed all’inizio del Novecento, quando ne hanno scritto il Canestrelli, il Felli ed il Seniori-Costantini, il tetto dunque non c’era più ... se due più due fa quattro, non poteva che essere il tetto della chiesa abbaziale ad essere stato rimosso e non quello della cappella di Monte Siepi.

Però noi abbiamo visto come una più attenta e scrupolosa ricerca documentaria ci consegni una realtà diversa da quella immaginata. Le tradizioni popolari hanno senza dubbio una grande importanza ed è un grave errore igno­rarle pregiudizialmente, perché sovente contengono della verità, ma allo stesso tempo è molto pericoloso accettarle acriticamente, senza sottoporle ad una rigorosa analisi e comparazione storico-documentaria.

Andrea Conti

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