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Le celebrazioni dei santi nella chiesa di San Martino dal Cinquecento al Settecento

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Se noi scorriamo le pagine dei dsanMartinoue Libri di Ricordanze del monastero di San Martino in Chiusdino – sede di una comunità benedettina vallombrosana qua accolta dopo la decadenza della celebre abbazia di Santa Maria di Serena – che gli abati fecero redigere nei duecentodieci anni compresi fra il 1579 e il 1789, vi leggiamo come in quei due secoli si celebrassero delle feste con messe solenni, primi e secondi vespri, uffizi dei defunti e così via, la cui origine risale non già all’iniziativa dei monaci stessi ma a quella di alcune famiglie chiusdinesi.

La prima notizia in proposito è quella relativa alla solenne celebrazione della festa dell’Annunciazione, il 25 marzo, deliberata da Bernardino di Domenico Mancini da Volterra nel proprio testamento del 1519. Con questo atto, Bernardino obbligava i propri figli, Pietro e Meo, a versare annualmente cinque lire ciascuno per “fare ogni anno la festa della madonna di Marzo a di 25 di detto con messe et offizio”.

Nel 1544 Pietro Mancini, primogenito del defunto, confermò tale obbligo per le figlie, Caterina e Margherita, le quali avrebbe dovuto “a ogni anno far celebrare la festa della Nunziata della gloriosa Vergine Maria nella chiesa di Santo Martino, e per tal festa dare lire dieci”, un obbligo che passò poi ai discendenti di Caterina, i Petrucci, non senza aprire, purtroppo, un’incresciosa controversia.

Un secolo dopo, infatti, Galgano Petrucci, “non volse sborsare” le dieci lire per la festa, forse nella convinzione che con la scadenza di un secolo si fosse estinto l’obbligo contratto dai suoi antenati. L’abate di San Martino, don Benedetto Neri Catani, fu però di parere diverso e citò il Petrucci ottenendo il pagamento “per via di giustizia”.

La cosa non dev’essere stata ben digerita dal Petrucci se, una trentina di anni dopo, facendosi forte del fatto che nei testamenti degli avi non era specificato chi dovesse celebrare la festa, se i monaci di San Martino, cioè, o altri sacerdoti, né chi dovesse scegliere i celebranti, pretese “di chiamare i sacerdoti a suo modo, per non usar l’uso de Padri di Casa circa l’applicazione delle messe”. La controversia fu portata davanti al vescovo di Volterra, Carlo Filippo Sfondrati, che però sentenziò a favore dei monaci, non avendo il Petrucci “altro jus, che dare, e consegnare, al Predetto Abate pro tempore, lire dieci moneta per la messa Cantata e due messa piana, con due vesprj, è uffizio de morti la mattina seguente con tre messe parimenti de morti”.

La controversia finì lì se alla fine del Settecento, quando il monastero fu soppresso, si faceva ancora “la Festa della SS. Nunziata dei Sig.ri Petrucci”.

Naturalmente non tutte le famiglie che istituirono questo tipo di celebrazioni si trovarono in contrasto con i monaci ed anzi è da credere che, una volta istituita una festa, la famiglia tendesse a conservarla sia per devozione, sia per motivi di prestigio.

Così, abbiamo notizia che nella chiesa di San Martino si celebrasse, il 12 marzo di ogni anno, anche una festa di San Gregorio Magno, istituita nel 1610 con un lascito di duecento scudi da Vittorio di Deifebo Magni “cittadino senese, sibbene lungo tempo era stato à Roma, et habitato qui à Chiusdino”. Il Magni aveva all’uopo donato una tela raffigurante San Gregorio: quest’opera, purtroppo, è andata perduta – così come quella donata dalla vedova di Vittorio, Margherita Barbieri, raffigurante “un quadro di Cristo … dipintovi dentro il nostro Salvatore portante la croce in spalla” – presumo con la soppressione del monastero nel 1785 e la successiva dispersione del patrimonio di esso: non sono citate, infatti, nell’inventario compilato nell’ottobre del 1862.

Nel 1639 Ottavio Fabianelli, disponeva nel suo testamento l’istituzione della festa di Sant’Agata, il 5 febbraio di ogni anno. La famiglia Fabianelli, documentata dall’inizio del XVI secolo, non esiste più, si estinse infatti con le figlie di Ottavio, Anastasia, maritata in casa Petrucci, e Bartolomea, sposata Lenzi. Né Silvia Petrucci, figlia di Anastasia e moglie del notaio Galgano Mattei, né i numerosi fratelli Lenzi, figli di Bartolomea, risultano essere stati chiamati all’adempimento delle disposizioni testamentarie del proprio nonno materno cosicché presto la festa non fu più celebrata.

Nel 1728 Lavinia di Ansano Ricci lasciò una cospicua eredità (terreni, oliveti, boschi, bestie vaccine e duecento scudi) ai monaci con l’obbligo di celebrare ogni anno, nella chiesetta di Porta Piana, la festa di San Nicola da Tolentino, 1l 10 di settembre, “con l’intervento di tutti i sacerdoti del castello di Chiusdino, e due messe la settimana in perpetuo”, ma non si ha notizia che la gentildonna avesse lasciato ai propri discendenti o parenti l’obbligo di perpetuare la tradizione.

Della celebrazione della festa di Santa Apollonia, il 9 febbraio, si ha notizia dalla fine del Cinquecento: negli anni quaranta del Settecento ne risulta la sponsorizzazione da parte della famiglia Conti: “Per Santa Pollonia si è fatta la festa solita farsi della Casa Conti, con Messa cantata dal Rev.mo Sign. Abbate Margellini co l’assistenza del Sig. Proposto Mattei, cugino del Sig. Ottaviano e del Padre Priore Ceccarini davanti a l’Imagine che i deti Signori Conti havevano portato. Si è distribuito il pane à povari. La Messa si è fatta nella Chiesa nostra di S. Martino. Il pane a l’uscio dei Sig.i Conti fuor di Porta Piana”.

In realtà il nome esatto dell’abate è Bargellini: don Mansueto Bargellini fu abate di San Martino dal 1739 al 1755; il proposto Mattei e l’Ottaviano cui si accenna sono rispettivamente monsignor Innocenzo Amaddio Mattei, primo proposto di Chiusdino, e Ottaviano Conti, cugino di lui poiché le rispettive madri erano sorelle. Purtroppo, a causa della sciagurata distruzione dell’archivio Conti, non sappiamo né quando né perché questa famiglia abbia determinato di intervenire in questa festa.

Nelle pagine relative al governo dell’abate Ilarione Filippini, di San Marcello Pistoiese, protrattosi dal 1762 al ’67, si evincono notizie di varie altre celebrazioni, che tuttavia sembrano consuetudinarie e quindi risalenti a tempi precedenti, se di poco e di molto non è dato sapere.

Così, nel 1763 si ha memoria che il 13 dicembre si celebrava la festa di Santa Lucia “che fa la Casa Novellini”, una famiglia oriunda di Monticiano e trasferita a Chiusdino alla fine del Cinquecento.

Nel 1764 si ricorda per la prima volta una festa di Sant’Antonio Abate, il 17 gennaio, “che fa la casa Molendini”: fra il Sei ed il settecento, tre membri di questa famiglia, fa cui un sacerdote (Pier Anton Maria, “sacerdote molto degno, che per cinquanta annj e più” svolse il suo ministero a Chiusdino “con molto zelo, e carità”), portarono questo nome, segno evidente di una radicata devozione al santo ed è interessante notare che, in questo caso, siamo in presenza dell’unica celebrazione che, pur di origine privata, sia continuata anche dopo l’estinzione di questa famiglia nei Pometti, oggi Mori-Pometti, fino a tempi recenti.  

Nel 1765 si ha notizia di una festa di San Mattia Apostolo, il 24 di febbraio – o il 25, negl’anni bisestili – col canto dei primi e dei secondi vespri e della messa, “fatta da Signori Venturi”: un membro di questa famiglia, caporale delle milizie granducali di stanza a Chiusdino, vissuto nel Seicento, ebbe questo nome: fu lui ad iniziare la tradizione o esisteva già? Non lo sappiamo. Nello stesso anno si parla di una festa di San Giorgio, il 23 di aprile, patrocinata da casa Mattei – anche in questo caso fra il Sei ed il Settecento si riscontrano vari membri di questa stirpe, tutt’ora esistente a Chiusdino, che portarono questo nome, fra cui un arciprete di Boccheggiano – “con vespri e messa cantata toccandogli un’anno sì, e un’anno nò”;

Nel 1774 si ha memoria sia di una festa di San Francesco, il 4 di ottobre, ancora “festa di casa Novellini” sia di una festa di San Matteo Apostolo, il 21 di settembre, “solita farsi dalla casa Ceccharini”, altra famiglia estinta (negli Atticciati).

Or è noto che i fedeli, in tutte le epoche, hanno espresso la loro pietà attraverso donazioni alla Chiesa, alle parrocchie ed alle comunità monastiche, per gratitudine verso Nostro Signore (“per grazia ricevuta”, si sul dire), per soddisfare la propria devozione, per assicurare le preghiere per sé, per i propri congiunti, in vita, non meno che suffragi per la propria anima in morte; nei casi esaminati è evidente che accanto ad indubitabili sentimenti di devozione, alla necessità del suffragio per l’anima propria e quella dei defunti, l’istituzione o la sponsorizzazione di queste feste costituiva un momento di indubbia qualificazione sociale agl’occhi dei concittadini e di affermazione del proprio prestigio. Allo stesso tempo mi sembra che la tolleranza di questi interventi e il favore mostrati dalla comunità monastica, rispondano ad una duplice volontà, di controllare le espressioni della religiosità contro il pericolo di eresie, cioè, e di assicurarsi delle entrate regolari con cui soddisfare almeno in parte, il mantenimento dei monaci, degli edifici, degli altari, degli arredi, delle luminarie.

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