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Una poesia di Dina Ferri su San Galgano

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Dina Ferri (1908 – 1930), di cui due anni fa la Biblioteca Comunale ha celebrato il centenario della nascita con un importantissimo convegno commemorativo, ha lasciato, nell’unica opera pubblicata durante la sua breve vita, il Quaderno del Nulla, una breve poesia dal titolo La leggenda di San Galgano:

evidentemente anche la scrittrice e poetessa, benché non nata a Chiusdino, né nata da famiglia chiusdinese, ma giunta nella nostra terra a pochi anni d’età, fu affascinata dalla figura del Santo cavaliere-eremita. I versi evocano il momento cruciale della vita di lui, l’apparizione dell’arcangelo Michele mentre il Santo si trovava sulla via per Civitella.

 

La storia è nota: per distogliere Galgano della volontà di ridursi a vita eremitica, la madre di lui, Dionisia, lo aveva fidanzato con Polissena, una fanciulla di Civitella, il capoluogo dell’attuale comune di Civitella Paganico, in provincia di Grosseto, all’inizio della Maremma toscana.

Mentre si stava recando dalla promessa sposa, stando al racconto che dell’episodio diede la stessa madre, poco oltrepassato il piccolo castello e borgo di Luriano, il cavallo si fermò all’improvviso: “equus stetit”, disse Dionisia, “avendolo [Galgano] spronato con i talloni per farlo andare avanti, senza riuscire a farlo muovere, voltò verso la pieve detta di Luriano e lì vi pernottò. Il giorno seguente come giunse al medesimo luogo [del giorno prima] e come il cavallo non poté andare avanti, lasciò le briglie sciolte sul collo del cavallo e pregò devotamente il Signore perché lo conducesse al luogo in cui avrebbe riposato per sempre”.

Nei secoli seguenti la narrazione di questo episodio si è arricchita di particolari, ovvero che l’improvviso fermarsi del cavallo fosse dovuto all’apparizione dell’arcangelo Michele, e che il cavallo si fosse inginocchiato “per riverenza dell’Angelo, che innanzi gli si opponeva, e non lo lasciava muovere”. Il domenicano Gregorio Lombardelli che scrisse una biografia del Santo nel 1577, adornò la storia di questi particolari, forse raccolti dalla viva voce dei chiusdinesi.

La tradizione locale ab immemorabili ha indicato non soltanto il percorso compiuto da Galgano ma anche il luogo ove il cavallo si fermò: Galgano sarebbe uscito da Chiusdino passando per la Porta al Poggio, attualmente non più esistente (all’altezza della confluenza fra Via Feroni, Via della Porta al Poggio, appunto, e Via delle Mura), da lì avrebbe percorso la strada che scende a fondovalle costeggiando l’antica Pieve di San Giovanni Battista – anch’essa oggi completamente scomparsa – poi avrebbe proseguito per la strada detta di Fontebuona, e costeggiando il Poggio della Badia sul quale all’epoca si ergeva l’Abbazia di Serena, avrebbe attraversato il fiume Merse, in lo­calità Le Vene e proseguito verso il castello di Luriano; superato questo castello avrebbe proseguito in direzione del Piano di Morella dove avrebbe dovuto deviare verso la Maremma.

Fu proprio all’altezza di questa devia­zione che il cavallo si sarebbe non solo fermato ma anche inginocchiato. Almeno a partire dal XVI secolo, la tradizione popolare indica il luogo ove l’episodio è avvenuto ed addirittura la pietra sulla quale il cavallo si sarebbe inginocchiato e che porterebbe impresse, come scrive il Lombardelli, “l’orme de ferri, e chiovi”. Il luogo è tuttora segnalato da una piccola cappella, detta il Chiesino, ormai in stato di completo abbandono, eretta dai Marchesi Chigi che acquisirono Luriano nel XVII secolo. Il masso invece, tolto dal sito originario, si conserva attualmente nella cappella della Casa natale del Santo a Chiusdino.

Dina Ferri, nella sua ricostruzione dell’episodio, si è presa una licenza: colloca infatti l’evento nel “sole di maggio”, mentre è certo che Galgano fosse partito da Chiusdino la vigilia del Natale e che il suo trasferimento a Montesiepi, a seguito dell’arrestarsi e poi della deviazione del cavallo, sia avvenuto proprio nel giorno di Natale.

La poetessa ci ha lasciato questi versi intrisi di dolcezza e di pace. L’apparizione dell’angelo è taciuta e lasciata all’intuizione del lettore, alla sua conoscenza della vita del Santo, ma la pace celeste che precede ed accompagna la figura angelica, ha il potere di rendere serena la valle pur sorridente per la fioritura primaverile: l’angelo appare e tutto si fa lontano, sommesso, il canto dei contadini e dei pastori, il tocco delle campane che suonano l’Ave Maria, finché la sua presenza non è scorta dallo stesso cavallo, che piega le ginocchia, e soprattutto dagli occhi del Santo, che si fanno ridenti, come poc’anzi il paesaggio circostante, perché quella pace divina che aveva pervaso di sé la natura, ora ha raggiunto anche l’animo del cavaliere che compie la sua vocazione.

Andrea Conti

Serena di pace divina,

fiorita, rideva la china

e l’eco di canti lontani

sommesso saliva da’ piani.

 

Pensoso col sole di maggio

Veniva dal queto villaggio.

Suonavano l’Ave Maria,

sassosa volgeva la via.

 

Vicino la povera croce

del vento moriva la voce.

‘Reclina – diceva – destriero,

reclina sul duro sentiero!’

 

Al Santo ridevano gli occhi

e quegli piegava i ginocchi.

 

Dina Ferri, Quaderno del Nulla,

Fratelli Treves Editori,

Milano 1931, pag. 98

 

 

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