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Fede e Politica: può un Cattolico distaccarsi dalla propria Fede nell’espletamento della funzione politica? (CdSG 3/10)

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ioNella recente esperienza del nostro Paese si sono verificate, con frequenza incalzante, sia vicende legate ai rapporti tra lo Stato e le confessioni religiose, sia momenti di attrito che hanno visto esponenti politici sposare opzioni di matrice etica. Inoltre, la maggiore consapevolezza dei propri diritti ed il processo di globalizzazione, intesa come l’idea di una società universale le cui componenti sono sempre più indirizzate verso un futuro comune, conducono (o almeno rischiano di condurre) ogni punto di vista a perdere il carattere di assolutezza che quei confini hanno saputo fino ad oggi garantire, per perdersi nel mare della relatività.

 

Si presentano quindi nuove questioni e quelle vecchie cambiano abito; per fare qualche esempio di attualità, basti ricordare le discussioni a proposito della presenza di simboli religiosi in luoghi pubblici, dei Patti Civili di Solidarietà (PACS) e del matrimonio tra persone dello stesso sesso; dell’insegnamento religioso nelle scuole, della procreazione assistita, della pillola abortiva, del testamento biologico (o eutanasia), della ricerca genetica.

 

Se da una parte può apprezzarsi la rinnovata attenzione delle masse per la rilevanza di taluni interessi, dall’altra non può non essere attentamente valutato che la vivacità di tale interesse sembra inversamente proporzionale alla qualità degli argomenti portati a sostegno di questa o quella tesi.

 

Avvicinandosi al panorama dei mass-media e dell’opinione pubblica, quel che maggiormente colpisce sono la quasi totale mancanza di spessore, il pressapochismo, il difetto di obiettività di diverse posizioni. Allora il confronto diventa battaglia, l’attenzione si focalizza sul dettaglio e si finisce per dimenticare la posta in palio.

 

Due considerazioni. È evidente, da una parte, che questi problemi richiedono spesso un tentativo di risposta e che quest’ultima può provenire soltanto da una riflessione consapevole, alla quale partecipino non solo i giuristi ma anche una classe politica affrancata, una volta tanto, dalla logica della “campagna elettorale perenne”; è altrettanto necessario, tuttavia, che tale risposta sia capace anche nel lungo periodo di mantenere la propria validità e di far fronte ad esigenze sempre nuove.

 

Tutto questo dibattito spessissimo ormai nasce da una parola: “Laicità” dello Stato! «principio supremo» dell’ordinamento costituzionale. Ovvero il concetto secondo cui lo Stato debba orientare le sue leggi distaccando se stesso da ciò che scaturisce dalla Fede, la quale, essendo nel luogo della coscienza umana deve restare nell’intimo di ciascuno e quasi professata tra le mura della propria abitazione.

 

Due domande nascono contemporaneamente in ciascuno nell’atto stesso di leggere e comprendere il senso di quanto detto. Ad esse non pretendo di dare risposta, nei limiti dello spazio di questo nostro giornalino e dell’in-completezza della mia conoscenza, bensì di stimolare una riflessione meno superficiale di quanto ormai abitualmente non si faccia su temi di enorme rilevanza, spesso rilegandoli a quotidianità asfittiche e prive di interesse.

 

La prima: è necessario e perfino giusto che la Fede sia tenuta separata dalla politica?

 

La seconda: è davvero possibile tale separazione per l’uomo e, in particolare, per un cattolico?

 

Prima di affrontare i quesiti vorrei però porre l’accento sul concetto stesso di laicità.

 

Oggi il “laico” è associato a “non credente”. Ma questo stravolge il significato e la storia del termine. Dal greco “laos” (popolo), già Clemente I (quarto papa dopo Pietro, Lino e Cleto) nel primo secolo identifica con “laico” colui che fa parte del popolo dei battezzati e dei credenti.

 

In alternativa il laico è oggi definito come “persona razionale”, come se un credente possa essere qualcuno che non usa la ragione. Concetto del tutto errato dato che l’atto di fede è un atto della ragione. Affermare infatti “io credo in ciò che mi dici” significa che “considero vero ciò che affermi”. Quindi è la ragione, in sinergia con la volontà, che considera vera un’affermazione. La Chiesa entra nel dibattito politico con argomenti razionali, non confessionali! Si può dunque accettare l’associazione tra argomenti laici e argomenti razionali, purchè non si sottintenda contemporaneamente l’irrazionalità dei credenti.

 

Un altro errore è quello di considerare lo “Stato laico” come moralmente neutrale. Ma ciò è impossibile! Lo stato che vieta il furto, la tortura, l’omicidio, lo fa in base ad una concezione etica. Si può obiettare che tali divieti sono tali perché danneggiano gli altri, ma lo si impedisce perché questo danneggiare è di per sé malvagio. Infatti, anche un padre che punisce un figlio lo “danneggia”, oppure un dirigente che licenzia un dipendente, ma questo non è malvagio in sé ed infatti la legge NON lo sanziona!

 

Una corretta laicità dello Stato, così come la Chiesa la propone, è invece una distinzione tra Stato e Chiesa, tra religione e politica, ma ciò non significa opposizione, conflitto, non implica lo zittire la Chiesa da parte della politica. Questo sarebbe una violazione alla libertà di espressione che varrebbe per tutti, meno che per la Chiesa, la quale invece deve poter esprimere il suo pensiero. La distinzione vale nel senso che i chierici non devono essere politici e le norme religiose non devono tradursi in leggi dello Stato. Ed è il Vangelo che la propone in tal senso: “rendete a Cesare ciò che è di Cesare e a Dio ciò che è di Dio”

 

Veniamo ora al primo quesito: è necessario e perfino giusto che la Fede sia tenuta separata dalla politica?

 

La nostra Costituzione inizia, al secondo capoverso dell’articolo 1, con la frase “la sovranità appartiene al popolo”. Ovvero il cittadino elegge i propri rappresentanti restando, per così dire, il loro datore di lavoro. Al popolo devono rendere conto, per suo conto essi operano. Ma cosa si aspetta un uomo da coloro a cui ha affidato il governo del Paese? Si aspetta, ovviamente, di vivere sereno, di essere rispettato in quanto persona (non per come appare o per cosa pensa), si attende sicurezza, difesa dei propri diritti e dei propri beni, la possibilità di esprimere le proprie potenzialità e migliorare la propria condizione, educare i propri figli come meglio crede.

 

Ma affinchè ciò avvenga occorre che tutti i cittadini siano educati a ciò che è bene per l’uomo e sappiano riconoscere ciò che è male. Solo attraverso questa conoscenza sapranno essere coartefici di quanto sopra enunciato.

 

Bene e male sono concetti inscritti dell’intimo dell’uomo, il quale è sempre regolato da atti di fede. Semplificando, affermando “io credo che questo atto sia sbagliato” esprimiamo razionalmente un concetto che tuttavia non sempre riusciamo a spiegare fino in fondo e che a volte non siamo neanche in grado di “dimostrare”. Tuttavia la nostra coscienza ci suggerisce che ciò è vero e volontariamente (ovvero razionale) compiamo un atto di fede e ci comportiamo di conseguenza.

 

Diciamo, ad esempio, che rubare è male perché priva qualcuno dei suoi beni, ma se questo ne ha molti ed in sovrappiù? È male ugualmente, lo comprendiamo intimamente, ma subiamo spesso la tentazione di sminuire la gravità dell’atto perché “non togliamo il pane di bocca a nessuno”. Non riusciamo ad addentrarci profondamente nell’intimo umano al punto da dimostrare perché rubare è SEMPRE un male perché abbiamo davanti le “ragioni” di povertà o emarginazione di chi l’ha compiuto e non riusciamo a distinguere tra l’atto in sé (che è male) e chi lo compie (che in quanto persona noi desideriamo “salvare”).

 

Eleggendo un deputato noi abbiamo fiducia (ovvero fede) che egli compia il suo dovere con giustizia e che sappia riconoscere bene e male secondo principi assoluti e non relativi al momento particolare.

 

Se infatti egli mutasse comportamento a seconda dell’esigenza, non potremmo esser certi che egli operi come noi ci aspettiamo quando lo eleggiamo… ma allora come potremmo fidarci di lui? Non potremmo aver fede in lui!

 

Infine se, consapevole che un atto è sbagliato in quanto tale (come il furto) lo rendessi possibile per il solo fatto che le circostanze (la ragion di stato, o un parente, un elettore) lo richiedono, cosa mi tratterrebbe dal fare il mio interesse personale anche contro quello di coloro che mi hanno eletto?

 

Infine, concediamo il nostro voto con fiducia a colui che meglio esprime e rappresenta le nostre stesse convinzioni, i nostri ideali e valori, la nostra visione del mondo, ciò che noi “crediamo” giusto. Se egli non trasforma in atti concreti tali presupposti non può e non deve rappresentarmi.

 

La politica è la più alta espressione di servizio che l’uomo possa concepire, la più rilevante e proficua forma di volontariato. Se lascio tra le mura di casa i miei ideali, le mie convinzioni, la mia capacità di discernimento tra bene e male, riduco questo servizio ad amministrazione del potere al fine di preservarlo per me stesso ed il mio privilegio personale.

 

Ecco dunque che non soltanto la politica non deve essere esercitata senza la Fede, ma è anzi la Fede che esalta, nobilita e nutre la missione politica. E’ ad essa necessaria come linfa vitale, e ciò è, evidentemente, anche giusto!

 

Ma anche considerando errato quanto sopra detto, è davvero possibile separare la coscienza dell’uomo dal suo agire? e per un cattolico questa separazione cosa comporta?

 

Abbiamo visto come gli atti di ciascuno di noi nascono e si compiono attraverso un percorso che, per dirla alla don Giussani, passa da tre diversi livelli: l’esperienza, il giudizio, l’azione.

 

Ciascuno di noi, infatti, si forma una coscienza propria attraverso l’esperienza concreta della propria vita, ma attraverso questa esperienza diviene anche in grado di esprimere un giudizio. E’ su questo giudizio che impostiamo la nostra vita, grazie a questo “prendiamo posizione”, compiamo scelte, prendiamo decisioni!

 

La fede è una delle nostre esperienze più significative perché forma drasticamente e profondamente la nostra intimità più profonda. Chiedere a qualcuno di distaccarsi dalla propria coscienza nel prendere decisioni è come chiedergli di tagliarsi la testa!

 

La fede forgia le coscienze e penetra in ogni nostro processo decisionale, è dunque impossibile separare da noi questa realtà fondante senza rischiare il crollo dell’intero processo decisionale e, persino, dell’individuo stesso.

 

Un cattolico, in particolare, crede nella prospettiva e nella possibilità di iniziare l’esperienza del Paradiso sulla terra, costruendola attraverso l’esperienza e la conoscenza che ha fatto del Figlio di Dio e dei Suoi insegnamenti. Egli sa che Cristo ha chiesto la nostra collaborazione (andate e predicate il mio Vangelo).

 

In più occasioni Gesù ci esorta all’applicazione pratica dei Suoi insegnamenti: “Chiunque ascolta queste mie parole e non le mette in pratica, è simile ad un uomo stolto che costruisce la sua casa sulla sabbia, … e la sua rovina fu grande.” (Mt 7,26-27) ed anche “io vi mando come pecore tra i lupi” (Mt 10,16).

 

L’obiezione più comunemente citata è la famosa frase di Gesù “date a Cesare ciò che è di Cesare”… ma Egli prosegue: “e a Dio ciò che è di Dio”. Dunque Gesù (e la Chiesa con Lui) lascia sì legittima autonomia alle realtà terrene, ma ciò non esclude affatto che queste non debbano essere illuminate con la luce del Vangelo, tutt’altro! I laici che collaborano allo sviluppo della società sono tenuti ad infondervi un autentico senso cristiano. Nella “Populorum Progressio” si legge “se l’ufficio della gerarchia è di insegnare e di interpretare in modo autentico i principi morali da seguire in questo campo, spetta ai laici, … di penetrare di spirito cristiano la mentalità ed i costumi, le leggi e le strutture della loro comunità di vita.” D’altro canto se, come Cristo stesso ci dice, siamo “il sale della terra” e “la luce del mondo” non dobbiamo perdere il nostro “sapore” e non possiamo tenere la “luce sotto il moggio”. Tutto ciò NON è una scelta, ma un precipuo dovere di ogni cristiano, dovere del quale verrà chiesto conto. Tocca a noi, dunque, continuare a manifestare senza ambiguità tutta la dottrina di Cristo, senza indulgere alle false cautele umane o alla paura delle conseguenze. Egli stesso ci esorta dicendo “non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, temete piuttosto colui che ha il potere d far perire e l’anima e il corpo nella Geenna” (Lc 12,4).

 

Infine, la polemica della cosiddetta “imposizione” dei valori cristiani anche ai non cristiani.

 

Molto si potrebbe scrivere su tale questione, ma basti semplicemente dire che ogni parte politica, ogni gruppo di persone convinto che le proprie idee e la propria filosofia sia quella corretta compie atti politici in linea con esse e cerca di impostare la vita del Paese secondo tali idee. Un socialista ricercherà il socialismo, un liberale il liberalismo e così via. Risulta assai anomalo che tutti godano del rispetto degli avversari per il solo fatto che compiono scelte coerenti, mentre lo stesso rispetto non lo si applichi anche ai cattolici.

 

Di più! lasciare libertà di scelta a chi non la pensa come noi è una facile quanto sciocca affermazione. Forse lasciamo libertà al ladro di rubare? O al pedofilo di circuire bambini? O allo spacciatore di vendere droga? Eppure al cristiano viene chiesto di farsi da parte persino quando l’omicida vuole uccidere (eutanasia o aborto). Se un atto è sbagliato e soprattutto quando lo è in se stesso, come l’omicidio, il furto, la selezione eugenica, questo non può essere ammesso solo e neanche perché una maggioranza lo chiede. Il male è male e resta tale anche quando lo si vuole “democraticamente” definire “bene”.

 

Se un uomo, dunque, non può distaccare il suo io interiore dagli atti che compie perché ne è sostanzialmente incapace, un cattolico questo non DEVE mai farlo.

 

La ragione, infatti, è la fonte delle parole le quali sono vuote se non si esprimono in atti di vita concreta. Tali atti si specchiano in esse che traggano forza dalla ragione. Se omettessimo di “fare il bene” tradiremmo il mandato che Dio stesso ci ha affidato. E se le nostre parole, mediate dall’opportunismo e dalla ragion politica, contraddicessero il nostro pensiero diverremmo banderuole segnavento.

 

Il cattolico, infatti, sa bene che se lo facesse, dovrebbe poi rendere conto del male provocato attraverso i suoi pensieri, parole, opere ed omissioni, perché “con la misura con il quale giudicate, sarete giudicati”.

 

Concludo con una considerazione: si può affermare che la cultura occidentale entra in crisi proprio quando si diffonde l’idea che i diritti dell’uomo sono stabiliti positivamente dalle istituzioni statali. Se si svolgesse una riflessione serie e scevra da pregiudizi, ci si renderebbe conto che in realtà esistono diritti che precedono gli Stati e precedono anche la persona.

 

Trasformando il desiderio in diritto, si genera una perversione: la tentazione antichissima nella storia dell’uomo, al quale si fa credere di poter diventare come Dio e si fa ignorare che il peccato esiste e che nella sua accezione più corretta si chiama male.

 

Come sempre, la Chiesa ispirata dallo Spirito Santo ci aiuta a capire e ci illumina. Si legge, infatti, nell’Enciclica “Evangelium Vitae”: “Urge dunque, per l’avvenire della società e lo sviluppo di una sana democrazia, riscoprire l’esistenza di valori umani e morali essenzialmente nativi, che scaturiscono dalla verità stessa dell’essere umano ed esprimono e tutelano la dignità della persona: valori, pertanto, che nessun individuo, nessuna maggioranza e nessuno stato potranno mai creare, modificare o distruggere, ma dovranno solo riconoscere, rispettare e promuovere.”

 

 

Alessio Tommasi Baldi

 

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